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In Puglia e Basilicata

Quella figlia di nome «Blu»

neonata

23 Maggio 2018

Carmela Formicola

Era il 1910 e il parroco di Carpignano si rifiutava di battezzare la creatura. Nerina. I genitori l'avevano chiamata Nerina. «Giammai! Richiama Nerone, l'imperatore che bruciò i cristiani», disse il prete. «Ce uei la battezzi, se no me la porto arretu», intimò il padre. E la trattativa in qualche modo si chiuse.

Ma che la Chiesa abbia sempre avuto qualcosa da ridire su nomi diversi da santi, salvatori e madonne, è noto a tutti, singolare che sia un Tribunale a sindacare sui nomi scelti dai genitori per i propri figli. Eppure accade. A Milano. Con un giudice a cui non piace che una bambina si possa chiamare Blu. O magari il nome gli piace, ma in quanto giudice è chiamato ad applicare la legge, l’articolo 35 del Dpr 396/2000, in particolare, che recita : «Il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». Parentesi: in Italia non contenti della legiferazione ipertrofica ci mettiamo anche a scrivere decreti sull'onomastica. Chiusa parentesi.

Blu. I genitori lo hanno scelto per personalissime suggestioni: i chakra, l’armonia, l’infinito. E più d'uno, mentre il caso divampa, si sta ripetendo: sarò anche libero di chiamare i miei figli come diavolo mi garba. Ma l’Italia è il Paese dove la burocrazia può assumere tinte surreali ed ecco che i poveri genitori di Blu vengono convocati per indicare un nome esplicitamente femminile da anteporre a quello che nel frattempo è stato stampato sull’atto di nascita e sul passaporto della piccolina. «Se non ci presenteremo con un’alternativa sarà il giudice a decidere per noi il nome di nostra figlia», ha fatto sapere la coppia. E metti che il magistrato è devotissimo e la piccola Blu si trasforma in Addolorata, Sterpeta, Crocifissa o Trofimena! Oppure amante delle tragedie greche pronto a infliggere a una bimba nomi pesantissimi come Medea, Diotima e Antigone.

La legge sull’anagrafe in ogni caso è categorica: il nome deve indicare chiaramente il sesso. Quindi potete chiamare un figlio maschio Diegoarmandomaradona e una femminuccia Jenniferlopez e nessuno avrà niente da dire (forse soltanto i suddetti figli che una volta cresciuti avranno legittimamente la facoltà di mandarvi a quel paese).

Al di là dell’ironia c’è, in questa vicenda, un’eco hobbesiana di un sovrano (lo Stato?) che ha un potere illimitato sui diritti naturali di tutti i cittadini. Presumibilmente, l’innocua scelta di un nome potrebbe risolversi in un braccio di ferro giurisprudenziale come a suo tempo il caso di «Andrea», che più di un Tribunale provò a bocciare come nome femminile fino a quando a sdoganarlo fu addirittura la Corte di Cassazione. Sempre perché ingolfare ulteriormente la macchina della giustizia è un esercizio che ci riesce molto bene.

Ma, attenzione, l’Italia non è l’unico Paese a invadere la sfera familiare: in Francia è vietato dare a un figlio nomi quali Nutella, Fragola, Demonio, Principe William, Mini Cooper; in Germania è ovvio che non si possa chiamare un neonato Adolfhitler ma è sorprendente che non si possano usare nemmeno Kohl e Merkel. In Islanda quasi la metà dei nomi presentati viene rifiutata, il Portogallo ha un elenco di nomi di 82 pagine che indica preventivamente quali sono accettati e quali no e in Svezia non si può chiamare la propria bambina Ikea. E ora ci siamo anche noi, alla faccia di Modugno e del suo blu dipinto di blu.

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