Una linea sottile unisce la poesia laica di Fabrizio De André alla voce, più aspra e musicale, di suo figlio Cristiano. Non è imitazione, né un semplice omaggio: semmai un attraversamento. Con «De André canta De André Best of Tour 2026», in partenza il 10 aprile al Teatro Rossini di Civitanova Marche, e atteso in Puglia il 22 maggio, alle 21, al Teatroteam di Bari, Cristiano De André torna a raccontare l’opera di Faber scegliendo il meglio dei quattro album che dal 2009 al 2023 hanno riletto quel repertorio (biglietti in vendita su ticketone.it). Sul palco con lui, gli inseparabili Osvaldo di Dio alle chitarre, Davide Pezzin al basso, Luciano Luisi alle tastiere e Ivano Zanotti alla batteria, per un viaggio che incrocia politica, amore, guerra e umanità.
De André, questo “Best of” arriva dopo anni di lavoro sul repertorio di suo padre: è una sintesi o un punto d’arrivo?
«È un po’ il meglio di questi quattro lavori dedicati a lui. Tanti brani sono rimasti fuori perché non potevamo farli tutti, ma è una scelta che tocca tematiche politiche, sociali, d’amore, di guerra. Anche dal punto di vista delle sonorità c’è una grande completezza: si passa dalla sinfonica a colori più world ed etnici. Ogni brano ha un suono diverso e lo spettatore resta affascinato».
C’è una canzone che oggi sente più urgente rispetto al passato?
«Sicuramente alcuni brani dall’album “Storia di un impiegato”, come “Canzone del Maggio”, e poi quelle sulla guerra. Sono sempre più attuali. Negli ultimi anni mio padre era un po’ sconfortato, diceva di aver scritto per trent’anni contro l’orrore della guerra senza che cambiasse nulla. Credo che non basti sposare le sue parole: dovremmo anche metterle in pratica, compiendo atti concreti che migliorino la nostra esistenza».
Ha parlato spesso delle sue canzoni come di strumenti per distinguere il bene dal male. È anche per questo che sente la responsabilità di portarle ancora dal vivo?
«Sì. Lo dico tutte le sere: la mia è una sorta di messa laica. Mi sento un sacerdote laico che porta la parola di mio padre. A un certo punto chiedo al pubblico di scambiarsi non un segno di pace, ma un cinque di pace: viene fuori un gran casino, ma è un momento bellissimo».
Da polistrumentista lei cambia spesso strumento durante il concerto: chitarra acustica e classica, bouzouki, pianoforte e violino. È un modo per “abitare” fisicamente queste canzoni?
«Sono sempre stato innamorato della musica e degli strumenti. Mi diverto a cambiare, a creare sonorità differenti tra un brano e l’altro: è un modo per farle vivere nel presente».
L’anno scorso a Sanremo, nella serata delle cover, ha condiviso “Crêuza de mä” con Bresh. Che esperienza è stata?
«Bellissima. Mi chiamò mentre ero in Thailandia, proponendomi il brano. Ci siamo visti, abbiamo lavorato sulle sue idee, e quella versione è andata molto bene. Ero contento di mescolarmi con un artista amato dalle nuove generazioni. Mi piacerebbe avere contaminazioni di questo tipo anche nel prossimo disco».
Quest’anno a Sanremo c’è Sayf: come guarda alla nuova scena genovese?
«Genova sforna sempre artisti di valore. È una città che ti fa sognare, perfetta per scrivere. Poi magari per realizzare devi andare altrove. Che siano Tedua, Bresh, Olly o Sayf, ben vengano: ascolterò anche lui più attentamente».
Dopo tanti sold out, cosa cerca ogni sera sul palco?
«Mi piace sempre emozionare il pubblico. Si crea una catarsi, una magia. Tengo molto a chi viene a sentirmi e a renderlo felice: è per questo che faccio il musicista».
















