Una categoria, quella dei magistrati, esente da qualsiasi valutazione delle performance e quindi prodiga di spese per le quali non deve mai dare conto e poco attenta ai risultati. Questo il perno attorno a cui ruota la decisione di Giuseppe Capoccia, procuratore della Repubblica di Lecce, di pronunciarsi a favore del «sì» al referendum costituzionale. Una scelta che nasce da un’analisi severa del sistema giustizia e da un’idea chiara: «Solo spezzando il potere delle correnti la giustizia potrà tornare a funzionare».
Procuratore, tra i pochi magistrati per il Sì. Si sente in minoranza?
«Dicono che il Sì sia minoritario tra i magistrati, ma non ne sarei così certo. Dopo la mia presa di posizione, divergente da quella dell’Anm, ho ricevuto tante attestazioni di solidarietà dai colleghi. Forse la minoranza non è così minoritaria come qualcuno vuole far credere».
Uno degli argomenti contro la riforma è che non risolve la lentezza dei processi. Non sarebbe più utile investire negli organici?
«È un’illusione pensare che basti aumentare il personale per accelerare i processi. Se c’è traffico, la soluzione non è costruire strade all’infinito: si deve razionalizzare. Oggi la magistratura è l’unica categoria senza limiti di spesa: milioni di euro in intercettazioni, consulenze, indagini finanziarie senza alcuna rendicontazione. Nessuno, a fine anno, chiede: “Questi soldi sono stati spesi in maniera congrua e adeguata?”. Manca un principio basilare: la rendicontazione in rapporto ai risultati».
La riforma colpisce le correnti. Perché è un dato positivo?
«Perché le correnti hanno colonizzato il Csm. Il Consiglio non si limita più a nominare i dirigenti, a disporre i trasferimenti, ma dà pareri politici su ogni iniziativa del Parlamento e del Governo. Il meccanismo è tentacolare: chi viene eletto al Csm tende a favorire nei posti direttivi i propri amici, i quali si adoperano per creare consenso nella propria sede in favore della corrente di appartenenza; e quel consenso garantisce i voti al turno elettorale successivo. È un circuito che si autoalimenta. Il risultato? Nessuno risponde delle proprie inefficienze, perché la corporazione tutela i suoi».
Se il problema sono le correnti perché la riforma tocca un aspetto marginale qual è il cambio di carriera?
«Ci sono due ordini di problemi. Uno istituzionale: era stato il fascismo a unificare le carriere di giudici e pm perché più rispondente al pensiero hegeliano dello Stato, in cui non ci può essere contrapposizione. Ma fin dal 1946 i costituenti avrebbero voluto separare le carriere, tant’è che la settima disposizione transitoria della Costituzione dice che si applica l’attuale ordinamento giudiziario fino a che non verrà riformato. È stato varato il nuovo codice di procedura penale col sistema accusatorio nel 1989; poi nel 1999 è stato riscritto l’articolo 111 della Costituzione per riaffermare che ogni processo si svolga dinanzi a un giudice terzo e imparziale. Se dice terzo, vuol dire che deve essere diverso dalle parti. Io non ho mai fatto il giudice; tanti colleghi fanno i giudici e non hanno mai fatto i pm. Eppure siamo colleghi, stiamo nello stesso edificio, abbiamo esattamente la stessa posizione di carriera. Per questa vicinanza, per questa colleganza il giudice non è terzo».
Dunque il vero nodo non è la separazione delle carriere?
«È un aspetto della riforma, certo, ma non è il cuore dello scontro. Il punto è il sorteggio, che spezza il meccanismo correntizio».
C’è chi teme che il pm diventi meno imparziale, vicino al modello Usa.
«In Italia abbiamo avuto casi di accanimento investigativo durati decenni. Il problema non è che il pm cerchi solo le prove a carico dell’indagato. Il punto nodale è che oggi nessuno gli chiede conto dei tempi, dei costi, dell’efficacia della sua indagine. La riforma, spezzando le correnti, libera il magistrato, e anche più responsabile: ognuno dovrà rispondere di ciò che fa.»
Perché votare «Sì»?
«Perché questa riforma è l’unico strumento per spazzare via la cappa protettiva e oppressiva delle correnti. Magistrati più liberi, più responsabilizzati, più misurabili. Una selezione dei dirigenti basata sui meriti e non sull’appartenenza. E soprattutto un Csm che torna a essere un organo di garanzia, non un parlamentino politico. È la premessa per migliorare davvero il servizio giustizia».
















