Martedì 22 Gennaio 2019 | 13:10

Lettere alla Gazzetta

La filiera dello sfruttamento nei ghetti del Mezzogiorno

C'è un'erbaccia infestante che si ramifica nelle campagne, il suo nome è ipocrisia.
Il «Gran Ghetto» di Rignano Garganico nato vent'anni fa, era diventato «un marchio di vergogna», ed è vero, è così. Ma dai campi dove finiscono quei pomodori prima di arrivare sulle nostre tavole? Nelle industrie agroalimentari (i padroni del cibo) che provvedono alla trasformazione e alla distribuzione del prodotto. E quando quei rossi e polposi pomodori, raccolti con sudore e fatica, finiscono in scatola in una confezione sugli scaffali della grande distribuzione con un brand noto, la vergogna si dimentica. E si rimuove anche quella «filiera dello sfruttamento» (il caporale ne è un anello) di cui la giornalista Enrica Simonetti racconta nel suo libro dall'inquietante titolo «Morire come schiavi». È il piano inclinato del 'massimo ribasso' e lungo questo piano scivolano le vite di chi si trova ad essere sotto ricatto per bisogno.
Al Mercato non interessa se a lavorare sono uomini, donne o bestie da soma. Interessa il profitto senza se e senza ma "senza rispetto per queste braccia di italiani, di migranti, di persone che faticano per pochi euro. L'«oro nero» delle olive, l'«oro rosso» dei pomodori e delle arance, l'intera ricchezza-risorsa di un Mezzogiorno che è terra d'accoglienza, non può nascondere ancora silenzi e indifferenza». E questi sono muri insormontabili, invisibili, come «trasparenti» sono i braccianti sin quando non muoiono, solo allora si sente il loro grido, e la loro esistenza come un fantasma inquieto viene a bussare alle nostre coscienze. Prima investitori stranieri acquistano territori fertili spogliando («land grabbing») villaggi e affamando i contadini (dal Mali venivano gli sfortunati Mamadou e Nouhou) e poi come beffa, questi ultimi, se il mare non diventa la loro tomba, vengono a vivere da schiavi tra le braccia di mamma Europa. Poco più che trentenni i due migranti bruciati vivi nella baraccopoli, la stessa età dei loro fratelli italiani che affollano i call center o che sono a loro volta costretti a partire per trovare un futuro migliore altrove. L'ex premier Mario Monti definì i trenta-quarantenni «generazione perduta». Chissà, forse qualcuno dirà che questi fenomeni sono solo «effetti collaterali» del capitalismo e della globalizzazione. Eppure sono giovani che hanno sognato finché un giorno non si sono svegliati dentro un incubo chiamato miseria o precarietà. Se le promesse fossero mattoni si potrebbe costruire un mondo che non sia solo utopia.

Margherita De Napoli, Modugno (Ba)

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