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LETTERE ALLA GAZZETTA

Da ogni morte, da ogni sepolcro arriva una parola sacra

Credere in Dio è atto di fede e di ragione. Certo, si vive anche senza credere che ci sia qualcuno che abbia a che fare con la mia vita, i miei sogni, il mio futuro. Dirsi ateo, però, non è facile. È un atto di fede. Non c’è al mondo un fiorellino, una spiaggia, un vulcano, una sorgente che non abbia la sua causa. Causa ed effetto si richiamano a vicenda.
L’ateo pur credendo che Dio non c’è non smette di chiedere un perché alle cose.
La morte è una cosa terribilmente seria. Quando si porta via il tuo cuore, il tuo unico figlio, la tua mamma. A volte - come è accaduto ad Amatrice - l’intera famiglia.
La morte relativizza tutto. Ci rende tutti bambini capaci di balbettare appena qualche parola. Le lacrime ci affratellano. La ragione sa di non bastare più a se stessa. Ha bisogno di qualcosa che la superi, la oltrepassi, la preceda. La sostenga. Che la guidi dolcemente verso il mistero. Qualcosa che non sia, però, una pia illusione. La scienza al cospetto della morte può solo ammettere di aver terminato il suo mandato. Lo sconforto, il dolore, un profondo senso di smarrimento prendono il sopravvento. Occorre rimanere accanto a chi piange la perdita di una persona cara. Per aiutarlo a portare un peso che lo schiaccia.
Per abbracciarlo e sussurrargli: «Appoggiati alla mia spalla e piangi. Non ne provar vergogna. Piange chi ama. Piangi, ma non disperare. Conta su di me... ». Davanti alla morte a nessuno è dato di cantar vittoria. La morte recide alla radice gli steccati antichi. Le vecchie diatribe si fanno insopportabili. Il mistero è troppo grande per pensare di poterlo esorcizzare. 
Dario Fo non è stato un uomo qualsiasi. Come ogni artista è stato segno di contraddizione. Applaudito e contestato. Osannato e criticato. È normale. Non si può piacere a tutti. Non si deve piacere a tutti. Non entro nel merito della sua carriera. In questo momento non mi interessa. Come tanti cattolici anch’io ho pregato per la sua anima. La preghiera è il dono più bello che un credente può fare a un fratello entrato nel mistero.
Il Duomo di Milano che ha fatto da sfondo al funerale laico di Dario Fo ha il sapore di una metafora. Mi è sembrato invitare credenti e non credenti a guardare oltre. Più in là. A non accontentarsi delle mete raggiunte. A scavare sempre più a fondo. A farsi mendicanti. Cercatori di qualcosa che per davvero possa riempire il cuore. E se questo “qualcosa” si fa “Qualcuno” si può anche rischiare di impazzire dalla gioia. Chi ha trovato in questo mondo opaco tracce di infinito si faccia avanti. Parli. Racconti la scoperta fatta. Mostri la mappa. La posta in gioco è alta. Se c’è un Dio occorre conoscerlo.
Se c’è un paradiso bisogna andarci. Don Primo Mazzolari
al funerale di un suo parrocchiano: «Voi, miei cari, accendete fiammelle sulla mia tomba e per me mormorate una preghiera. Papà accende in voi un tremolìo di immortalità. Non soffiatevi sopra. Non tentate di spegnerlo. È il mio regalo per voi. È la mia parola che oggi diventa sacra». Da ogni letto di morte, da ogni sepolcro arriva una parola sacra. Non soffiamoci sopra. Non tentiamo di spegnerla. Non sprechiamola. Facciamone tesoro. Con immensa umiltà.

Mons. Carmelo Carparelli, Fasano (Brindisi)

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