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Caporalato, la task force dei carabinieri: 51 arresti in Puglia, Taranto maglia nera

Utilizzati anche i droni per controllare i campi dall'alto

La punta dell’iceberg è rappresentata dalla provincia di Taranto (33 arresti sui 51 complessivi). A Foggia, nella mente la strage di braccianti deceduti in incidenti stradali nella terribile estate 2018; sul campo, controlli mirati: un’azienda agricola adesso controllata da un custode giudiziario ha assunto regolarmente lavoratori in passato sfruttati. A Lequile, in provincia di Lecce, la scossa: alcuni braccianti agricoli sfruttati sono scesi in piazza per rivendicare condizioni di lavoro dignitose, dopo che erano stati «liberati» dai carabinieri. «Un segnale importante anche sul piano culturale e preventivo», per dirla con le parole del generale Alfonso Manzo, comandante della Legione Puglia dell’Arma. Al suo fianco, tutti i comandanti provinciali protagonisti dell’attività investigativa. Eccole, dunque, tutte le facce del contrasto al caporalato made in Puglia, letto attraverso il bilancio dell’attività congiunta condotta dai reparti territoriali e nuclei investigativi insieme con il Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro, sede a Napoli e competenze specifiche su un tema così delicato quale lo sfruttamento del lavoro.

Una vera e propria «task force» contro il caporalato, insomma, che lavora molto bene se negli ultimi tre mesi, da quando è entrata in funzione, i numeri sono schizzati. «È un modello che funziona e che sarà replicato anche fuori dalla Puglia», ha commentato il generale Manzo. Complessivamente, dal 1° gennaio sono state arrestate 51 persone, quasi tutte in flagranza di reato. Di queste, 20 sono stranieri, 31 sono presunti «caporali» e 19 imprenditori accusato di sfruttare il lavoro dei braccianti. Al secondo posto dopo Taranto (è interessata soprattutto la zona occidentale della provincia jonica), si piazzano Bari e Bat con 9 arresti. Nel Brindisino, sono finite nel mirino aziende del capoluogo e del territorio di Carovigno, San Pancrazio e Francavilla Fontana. Qui un cittadino del Gambia lavorava in un allevamento di bovini a 1,5 euro l’ora per 13 ore al giorno. Controllati complessivamente 967 lavoratori dei quali 494 gli stranieri (38 i clandestini). Comminate sanzioni per 3,9 milioni di euro (2,5 solo dal 1° giugno ad oggi).

Numerose le situazioni drammatiche venute alla luce: lavoratori costretti a vivere nel degrado, senza servizi igienici e persino a utilizzare l’acqua destinata al bestiame. Tutto documentato con foto e immagini con i militari dell’Arma svegli alle tre del mattino come i braccianti sfruttati e costretti a lavorare massimo a 2,50 euro l’ora, senza diritti, riposi, ferie. Nulla. «Dobbiamo dare i soldi alle nostre famiglie», hanno detto agli investigatori. Indagini moderne, con l’utilizzo anche dei droni per documentare dall’alto cosa accadeva durante la raccolta delle angurie piuttosto che degli ortaggi. E poi ancora visori notturni e fuoristrada per zigzagare nei campi. Impegnati molti militari giovani, capaci anche fisicamente di muoversi agilmente nei campi nonché le donne per relazionarsi al meglio con le braccianti. Dalle aziende agricole a quelle di allevamento del bestiame: dai mattatoi alla pastorizia; dal tessile al manufatturiero, numerosi i settori finiti nel mirino.

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