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Gli anni di piombo, la lotta, il Sud: la storia di un barese che salvava vite

Di giorno ferroviere ad Aosta, di notte accompagnatore oltre confine delle persone a rischio

BARI - «No, non avevo un nome in codice. Io ero e sono Nunzio. Piuttosto erano i nomi di quanti accompagnavo oltre confine che non conoscevo. Come Marta, che scoprii solo dopo la sua morte si chiamasse Luisa».

Nunzio G. è un ferroviere in pensione, ha oltre settanta anni e vive a pochi chilometri da Bari. Grande amante delle due ruote e della montagna, ha mantenuto negli anni uno spirito mai domo contro le ingiustizie. «Nella mia vita ho sempre preso posizione a viso aperto, oggi voglio raccontare evitando la pubblicità, non perché mi vergogni di quello che ho fatto. Tra il 1978 e il 1979 ho accompagnato lungo i sentieri del Monte Bianco alcuni dissidenti politici o persone che rischiavano la vita per ragioni di varia natura». Nunzio era un passeur.

Dall'autunno caldo, agli anni di piombo. Di avventure ne ha vissute tante. Una breve chiacchierata con lui apre un pezzo della nostra storia recente, dall'autunno caldo, agli anni di piombo. Mentre Nunzio parla i suoi occhi brillano ancora di quell'energia, quella volontà di rinnovamento e rivendicazione di diritti, gridata nelle piazze da studenti ed operai.
«Nel 1969 ero a Torino iscritto al Politecnico, le manifestazioni, le marce, io c'ero. Poi nel 1975 vinsi il concorso nelle Ferrovie. Ero un attivista, facevo parte dei Cub, i Comitati unitari di base in opposizione ai sindacati istituzionali. Come destinazione di lavoro chiesi ed ottenni la Valle d'Aosta. Ho sempre amato la montagna. In quegli anni le lotte dei lavoratori venivano portate avanti da due categorie: i metalmeccanici e i ferrovieri. Eravamo l'avanguardia, i più combattivi. Quando noi o i metalmeccanici riuscivamo ad ottenere qualcosa, poi a cascata arrivava anche agli altri lavoratori». I contratti nazionali, i diritti che oggi si danno per scontati sono figli di quella stagione.

«Erano anni difficili. Per chi come me si muoveva all'interno di gruppi politici della Sinistra extraparlamentare ci si doveva sempre guardare le spalle. Tanti di quelli che sono poi stati chiamati “sovversivi” erano brava gente, veramente, presi come capro espiatorio. Sì, durante alcune riunioni dei Cub si legittimava la violenza contro i padroni, ma erano sempre pochissimi di frange estreme. La situazione degenerò dopo l’arresto di Curcio e con l'ingresso nei gruppi di lotta di veri delinquenti».
Nunzio si interrompe, la storia che si dipana dalle sue parole mostra ancora cicatrici fresche. «Io sono sempre stato contrario alla violenza, sempre. Ancora oggi posso assicurare che le persone con le quali mi confrontavo fossero tutte brava gente. Bisogna però capire cosa furono gli anni di piombo: gli omicidi avvenivano contro persone di diversi schieramenti e la repressione era feroce e spesso anche contro chi non c'entrava niente. Le situazioni per incolpare qualcuno si creavano artatamente, anche miei conoscenti ne rimasero vittime, persone della cui innocenza io sono assolutamente sicuro. Gli infiltrati erano ovunque, alimentavano il fuoco che covava sotto la cenere. Io ero un osservato speciale anche solo perché leggevo Lotta Continua».

Il fermoposta. «In quei primi anni '70 mi limitavo a fare il postino di volantini, poi diventai una sorta di fermoposta: mi arrivavano lettere e pacchetti che persone a me sconosciute venivano e prendevano. Non so cosa contenessero, mai saputo. Ricordo però un episodio: un giorno mi trovo davanti casa un tizio, una specie di montagna. Era marzo, ad Aosta è praticamente ancora inverno e questo invece vestiva con una maglia a maniche corte, i peli uscivano da tutte le parti. Rimasi interdetto. “Ciao sono Fiorella” mi disse con una voce tonante “sono qui per la lettera”. Forse spalancai la bocca e quello mi guardò fisso e mi disse con tono di sfida: “Che guardi? Non hai mai visto una ragazza?”».

Il pericolo di un nuovo terrorismo. Ride Nunzio e approfitta della pausa. Si pulisce gli occhiali. I ricordi si accavallano in maniera così vorticosa che si fa fatica anche a prendere appunti. «Allora il terrorismo rosso intercettò il malcontento dei lavoratori. I conflitti di classe erano violentissimi e il Governo non faceva nulla per sanarli, anzi puntava ad acutizzare le spaccature. Se sto raccontando la mia esperienza è perché vedo nella società di oggi le stesse criticità che portarono agli anni di piombo allora. Una società lacerata da contraddizioni, conflitti sociali alle stelle, disparità, crisi economica. Mi piacerebbe si aprisse un dibattito».

Ieri i terroni ora gli immigrati. «Oggi ci si scatena contro gli immigrati, ieri nel mirino erano i meridionali, eravamo noi i “diversi”. Anni duri, non era facile per un meridionale vivere al Nord. Una volta ero in tram, sale il controllore e chiede i biglietti. Un signore vicino a me incomincia a guardarsi nelle tasche, si agita, dice di non trovare più il portafogli, che gliel'hanno rubato e indica me in quanto meridionale come colpevole. Io non avevo aperto bocca, ho una carnagione e capelli chiari, non sembro esattamente un “terrone”, come mi abbia individuato, non lo so. Quello insiste, pretende che il controllore mi guardi nelle tasche. Il tram ferma una pattuglia della Polizia, salgono due poliziotti, cercano di calmare il tizio, che continua ad agitarsi e lanciare accuse contro di me. Ci chiedono i documenti: quello si tocca la tasca della camicia e trova il suo portafogli... Non mi chiese neanche scusa. Era questo il clima in cui si viveva e forse è anche per combattere contro queste ingiustizie che quando mi chiesero di aiutare compagni che rischiavano la vita, non mi tirai indietro».

Oltre confine per aver salva la vita. In quegli anni la Francia era un porto sicuro. In tanti arrivavano oltralpe aggirando la dogana, non necessariamente per darsi alla latitanza, ma anche solo per sfuggire a pericoli di vario genere.
«A me piaceva la montagna e appena potevo facevo escursioni, conoscevo bene i sentieri che da Pré Saint Didier superano Courmayeur, attraversano il Monte Bianco e ti portano in Francia, in genere a Chamonix. Attraverso questi stessi percorsi ho accompagnato 7-8 persone tra il 1978 e il 1979. Non ero sicuramente il solo a farlo. C’erano altri come me in Piemonte, Liguria e anche Valle d’Aosta. La modalità era sempre simile: mi arrivava una telefonata in stazione dove lavoravo, una voce mi avvisava che mi sarebbe arrivato un pacco per la Francia e concordavamo la mia disponibilità. Quando questa persona arrivava, stava da me in casa qualche giorno e appena avevamo il via libera dalla Francia attraversavamo le montagne. Il passaggio non era molto difficoltoso, diciamo che di buon passo si poteva fare in 4 ore. Accompagnavo senza fare domande. Una volta arrivati vicino le prime case di Chamonix, li lasciavo».

«Di quanti ho accompagnato ricordo solo due. Uno era un avvocato di Torino consulente della Cgil, aveva difeso un operaio rimasto mutilato durante il turno di lavoro perché il macchinario era difettoso e poi licenziato. L'imprenditore era stato condannato, nonostante avesse provato a rimescolare le prove. Solo che l'avvocato una sera si era trovato una bomba in casa. Mise in sicurezza moglie e figli e fece l’errore di cercare protezione di alcuni malavitosi. Pochi giorni dopo l'imprenditore fu gambizzato. L’avvocato rischiava di rimanere in trappola: tra chi era dietro all'imprenditore, probabilmente la mafia, e la “giustizia” che con facilità poteva pensare che lui fosse il mandante del ferimento. Lo accolsi in casa per portarlo in Francia. Mentre eravamo già sul sentiero mi mostrò una pistola che aveva in tasca, rimasi impietrito, decisi che l'avremo buttata nella Dora da un ponte che dovevamo attraversare, ma mentre eravamo sul ponte ci vediamo spuntare una pattuglia dei Carabinieri. Fummo presi dal panico. L'idea venne all'avvocato. Io avevo una borsa che mi era stata regalata per i miei 30 anni, dove tenevo la macchina fotografica e gli obiettivi, l'avvocato si offrì di comprarmela e mise dentro la pistola. Io intanto facevo finta di fare foto, anche se non c'era rullino nella macchina, poi quasi sbadatamente con un colpo di braccio l'avvocato fece cadere la borsa nel fiume. Galleggiò per un po' e fu portata via dalla corrente, nonostante i Carabinieri provarono ad aiutarci nel recupero che, grazie al cielo, non riuscì».

Marta che si chiamava Luisa.  «Dopo l'avvocato accompagnai un professore universitario, poi arrivò Marta».
Marta che invece si chiamava Luisa è una storia che Nunzio si porta dentro da quarant'anni. «Ho cercato di rimuoverla dai miei ricordi ma non ci sono riuscito, torna sempre con ostinazione, risento le emozioni di una breve parentesi della mia vita trascorsa accanto ad una giovane donna di cui però oggi con gran rimpianto non ricordo i tratti del volto. Di lei all'epoca sapevo che doveva passare il confine, che veniva da Como anche se l'accento tradiva origini sarde. Aveva tanti progetti Marta, ma l'ok a portarla dall'altra parte tardava ad arrivare. Un giorno tornando a casa dal lavoro trovai sul tavolo la cena preparata, un pacchettino e un biglietto di addio. Mi arrabbiai, mi sentii usato, partii per tornare qualche giorno a casa, a Bari. Quando rientrai in Valle d'Aosta un collega mi avvisò che da giorni mi stava cercando “un cugino”. Mi sembrò strano. La voce dall'altro capo del telefono quando mi richiamò era completamente sconosciuta, mi chiedeva di Luisa, mi disse che era il cugino, voleva sapere che treno aveva preso, se mi aveva detto qualcosa, se aveva incontrato qualcuno. Io non capivo, pensai parlasse di una donna che conoscevo appena, gli risposi di chiedere a Luisa e non a me. Stavo per riattaccare quando la voce dalla cornetta di disse: “a Luisa non posso chiedere più niente è morta, l'hanno ammazzata...” Mi si gelò il sangue. Poi ebbi un dubbio: ma di quale Luisa parli? L'uomo disse: “l'hanno trovata quattro giorni fa, in un posto di merda... tu però forse la conosci come Marta...”. Rimasi di sale, solo in quel momento capii. Io non potevo scoprirmi troppo, la mia era una attività clandestina cercai di smentire. L'uomo dall'altra parte del telefono mi disse che mi avrebbe mandato dei ritagli di giornale con alcuni articoli. “Tanto conosco il tuo indirizzo” concluse».

Un omicidio senza un colpevole. La storia di Marta che invece era Luisa si rivelò piuttosto complicata. Nel 1979 il suo corpo fu trovato a Como in una strada battuta da prostitute con buchi sulle braccia, per far sembrare che fosse una tossica. In realtà l'autopsia rivelò che i buchi erano tutti recenti e che l'eroina che avevano usato era troppo pura per essere nelle disponibilità economiche di una “semplice prostituta”. Il corpo era stato dilaniato tanto che alcuni giornali avevano ipotizzato l'opera di un maniaco. I carabinieri non persero troppo tempo attorno a quella morte.
«Settimane dopo sempre quella voce che si auto definiva “cugino di Luisa” mi raccontò che era rimasta coinvolta attraverso un conoscente in un probabile traffico di armi. Un banale incidente tra un furgoncino con alla guida un giovane fattorino e un'auto piena di armi aveva portato ad un violento pestaggio a carico del fattorino. Non c'era stata denuncia, ma Luisa si era presentata alla caserma dei carabinieri locali per presentarla a suo nome. Una denuncia che stranamente non fu mai più trovata. Forse gli amici avevano intuito che la giovane donna correva dei pericoli e avevano provato a farla espatriare, non so perché da casa mia sia tornata indietro a Como, dove ha trovato la morte. In questi anni ho pensato di tutto, mi sono anche colpevolizzato per alcuni miei comportamenti un po' burberi. Marta-Luisa non l'ho mai dimenticata. Qualche mese dopo attraverso un amico carabiniere cercai di sapere qualche notizia ufficiale, ma non ci riuscii. Non ho mai saputo se di questa storia ci sia stata una fine, se quanto mi veniva raccontato fosse la verità. Io ne fui travolto. Chiesi ed ottenni di essere trasferito in Alto Adige, tornai in Valle d'Aosta solo dopo il 1980. Non feci più la guida. Era un incarico pesante, il mio lavoro era impegnativo e poi non sapevo niente di quelle persone. E se non fossero state brave persone? Il dubbio non mi permise di continuare. Noi lottavamo per una società migliore, non per coprire degli assassini».

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