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Barletta, rinnovato il voto del 1656 durante il solenne rito notturno

Tra giovedì e venerdì santo, dalla Cattedrale in via Romania dove si fermò la peste

Barletta - Con il taccuino ho preso anche la mascherina. E anche una sciarpa per il freddo. Non è stato facile per il vostro cronista uscire di casa alle 23.30 l’altro ieri per seguire l’insolita (e speriamo irripetibile) processione con la Santissima Eucarestia per rinnovare il voto della Città di Barletta del lontano 1656.

Non è stato facile perché sin dai primi passi su corso Vittorio Emanuele e corso Garibaldi ho sentito il peso del momento. Una tragedia quella del coronavirus che oltre a trasformare le nostre vite - in questo periodo e non solo - ha mutato questo intimo momento di fede per tutti i barlettani e non che si celebra durante la processione delle 13.30 del venerdì santo. Roteando il caleidoscopio dei ricordi ricordo tantissima gente sui marciapiedi. Se non si arrivava per tempo non si ammirava la processione.

Ma nella notte tra giovedì santo e venerdì santo dell’anno del Signore 2020 non è stato così. Tanta Forza dell’ordine, due lavoratori della Barsa, un fotografo e quattro giornalisti. Bloccate tutte le strade di accesso alla cattedrale. Nessuno ha tentato di infrangere il divieto. Solo un individuo subito bloccato. Mentre arrivo in cattedrale, in via Duomo, noto ai balconi in segno di devozione coperte e candele. Qualcuno è sul balcone che prega e fotografa.

Nella cattedrale l’arciprete del Capitolo don Francesco Fruscio, l’arcivescovo della arcidiocesi di Trani, Barletta, Bisceglie e Nazareth mons. Leonardo D’Ascenzo, il vicario episcopale Mons. Filippo Salvo, il sindaco Mino Cannito, il priore della arciconfraternita del Santissimo Sacramento Gaetano Lacerenza e il sacrestano Pino Sciusco.

Dopo una iniziale preghiera nella cappella del Santissimo Sacramento ad un certo punto si apre il portone. Le Forze dell’ordine scattano sugli attenti. Il rumore della troccola è forte. Entra nelle orecchie e nel cuore. Ma è una sola. Don Francesco, rivestito del piviale rosso, porta il Santissimo e prega con il Pastore della arcidiocesi. Il sindaco ha il volto tirato.

Il tragitto fino a via Romania è quasi infinito. Giunti in via Romania Tutti fermi. Si prega. Qui si bloccò la peste nel 1656. L’unica luce è quella della cometa di natale che il maestro Alfredo Dipaola ha voluto accendere in segno di devozione dalla sua barberia. La preghiera è intensa. Commovente. Poi si ritorna in cattedrale. Anche il ritorno è infinito. Dentro il rito continua con altre preghiere. Il profumo dell’incenso è celestiale. Tutti firmano le carte di rinnovo del voto del 1656 quando la città era colpita dal flagello della peste e il sindaco e gli amministratori del tempo affidarono la città alla protezione del Santissimo Sacramento con un voto, impegnandosi a celebrare una solenne processione eucaristico - penitenziale nel Venerdì Santo, per scongiurare il contagio. Come i questa circostanza ma al posto della peste il coronavirus.

Narrano le fonti che la processione, uscita nella notte fra il giovedì e il venerdì santo, arrivata nei pressi di via Romania, fu coperta da una grande nevicata che segnò la fine della peste. Il voto, formalizzato con un atto notarile, da allora non è mai stato infranto. Neanche nel 2020. «Auguri a tutti e grazie», ha detto l’arcivescovo nel momento in cui ha salutato tutti per tornare in episcopio a Trani. «Una grazia di Dio - ha sospirato don Francesco -. Celebrare senza popolo è tremendo. Ma il Signore ci da la forza anche per far questo. E poi l’aver rinnovato questo voto è il segno che il nostro Dio è con noi. Buona Pasqua a tutti». «Ho trattenuto le lacrime a stento - ha riferito il sindaco Cannito -. Ho pensato a mia madre, a mio padre e a tutti i barlettani che vivono questo terribile momento. Dobbiamo essere forti e rispettare le regole. Buona Pasqua». Insomma un momento di quelli che entrano nei libri della storia di Barletta come quanto avvenuto ieri pomeriggio durante la celebrazione della solenne azione liturgica «In Passione Domini» al termine della quale il parroco della Basilica del Santo Sepolcro don Mauro Dibenedetto ha benedetto la città con l’insigne reliquia del Santo Legno della Croce. Insomma i riti della Settimana Santa pur con le ristrettezze del momento sono stati rispettati. In una forma straordinaria.

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