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In Puglia e Basilicata

Lavoro

Donne, lotte e abusi a Bari: la Manifattura Tabacchi racconta

La storia di una lavoratrice che per quattordici anni è rimasta in fabbrica: «Era come una prigione»

19 Aprile 2022

Barbara Minafra

BARI - Sappiamo come diventerà. Oltre al mercato ortofrutticolo sulle vie Ravanas e Nicolai, e al Job Center su via Crisanzio, ci sarà il nuovo incubatore di giovani imprese «Porta Futuro 2» e tra sei mesi una caserma dei Carabinieri. Fra 4 anni ospiterà il futuristico campus del Cnr sul lato di via Libertà. Strutture che stanno delineando il restyling del gigantesco complesso immobiliare nel quartiere Libertà. Torniamo però indietro nel tempo, quando era la Manifattura dei Tabacchi.
A fornirci un «racconto-verità vissuto in prima persona è Giuditta Abatescianni, che al grande opificio ha dedicato il libro «La Cittadella del Tabacco».

Una condivisione di memorie e trascorsi in cui riemerge un pezzo semisconosciuto di storia della città di Bari. Un quadro con più ombre che luci, che ricostruisce l’evoluzione dei costumi, una società in profonda trasformazione, i cambiamenti nel ruolo delle donne tra violenze e successi lavorativi, che tocca il tema del lavoro tra infortunistica e malattie professionali, e svela il mondo del contrabbando delle sigarette, che molto ha segnato gli anni ‘80 e ‘90 in Puglia.
«Ho fumato la prima sigaretta il 2 gennaio 1974. Assunta come revisore a 22 anni, entrai in un luogo che mi sembrava una prigione, dove tutte le finestre avevano le sbarre e solo il tabacco la faceva da padrone».
Oggi Abatescianni è in pensione e si dedica alla scrittura di poesie (170 composte subito dopo il caffè del mattino), narrativa e racconti brevi anche in dialetto barese. Ma per far riemergere i trascorsi alla Manifattura Tabacchi ha atteso 10 anni, necessari ad elaborare i dolori legati ai ricordi.

Alla Gazzetta del Mezzogiorno racconta, come in una seduta psicoterapica, non solo porzioni del libro (edito da Adda) ma molto di quello che non c’è scritto, materiale autobiografico che forse troverà spazio in un progetto futuro e che ora ha ancora forma di ricordo. Combattiva, è stata protagonista del nuovo ruolo delle donne sia sul lavoro (mosca bianca tra capi reparto e dirigenti uomini), che in famiglia (separata con 3 figli a carico), un’antesignana del mobbing quando non esistevano ancora né il concetto né la parola. Con lo spirito del tempo ha partecipato a scioperi e portato avanti battaglie contro le malattie sul lavoro. Uno spaccato di vita personale, professionale, sociale che però appartiene alla storia barese.

Ci racconti il suo arrivo, il battesimo del fuoco nella fabbrica del tabacco in cui è rimasta 14 anni.
«Giovanissima, vinco un concorso per un ruolo prestigioso. La prima cosa che mi ha choccata, entrando alla Manifattura, è stata la supponenza di impiegate arcigne, severe, con quei lunghi abiti neri che mi guardavano dall’alto in basso. Mi dissero: “Ma tu esci dall’asilo! Tieni, comincia a fumare perché qui si fanno anche le sigarette”. Le molestie da cui mi sono sempre difesa strenuamente, sono iniziate subito».

Ha subito mobbing quando ancora non se ne parlava, mancava persino dal vocabolario. In Italia non se ne parlerà che nei primi anni 2000.
«Prima di me nessuna donna era mai stata assunta con il ruolo di revisore e questa cosa, agli uomini, dava molto fastidio. Hanno tentato di allontanarmi con lettere minatorie, mi hanno bucato le ruote dell’auto, messo un gatto nero all’ingresso dell’ufficio. Ma anche a livello personale, da donna sola, separata, che chiedevo permessi per accudire i miei figli, sono stata bersaglio di tante malelingue. Nella cassetta della posta trovavo biglietti minatori, ho perfino dovuto sporgere denuncia».

Ha resistito ma ad un certo punto ha cambiato lavoro.
«Dopo 14 anni, e un altro concorso vinto, mi sono trasferita all’Ispettorato dei Monopoli di Stato dove ho lavorato altri 20 anni. Non è mai stata benvista la mia posizione dirigenziale, nemmeno dai capireparto con un ruolo inferiore. Peraltro ero troppo indipendente per l’epoca, ero separata e con tre figli da crescere. Dominava una mentalità maschilista che riteneva normali soprusi e molestie: la donna andava tenuta sotto i piedi, al loro comando. Ma sono stata molto invidiata anche dalle altre donne: “E mai si ammala questa che così prendo il suo posto?”. Me lo sentivo dire continuamente. Sono andata via quando ho superato il concorso da consigliere ai Monopoli, ma alla Manifattura mi spettava di diritto il posto da dirigente capo revisore».

«Ritratti di donne della Manifattura Tabacchi». Si doveva chiamare così il libro.
«Si parla spesso della lotta delle tabacchine per rivendicare salari e condizioni di lavoro migliori, ma altre abusavano del loro potere e anche della loro femminilità per accaparrarsi ruoli di potere. Non dimentichiamoci che siamo negli anni ‘80. Al contempo c’erano moltissime donne umiliate, vessate, molestate. Nel libro racconto di un suicidio per la vergogna dopo un furto, di un caso ante litteram di utero in affitto perché un dirigente violentò una stagionale e poi tenne i due gemelli perché la moglie era sterile. Contro di me puntavano il dito perché non avevo un uomo accanto, ma gli scandali erano ben altri. Alla Manifattura c’erano stanze segrete per gli incontri clandestini, gli impiegati avevano spesso quelle che oggi chiameremmo famiglie allargate».

Con i costumi che cambiavano, ha attraversato la stagione dei diritti.
«Sono sempre stata battagliera. Tanti operai non sapevano di aver diritto all’indennità di rischio per l’aria insalubre. Resi pubblica una circolare e presi tutti i cedolini degli operai: feci in modo che venissero risarciti tutti gli arretrati per le indennità mai percepite».

Nel suo libro racconta anche degli scioperi.
«Il primo fu nel 1974. Gli operai avevano preso coscienza sindacale e iniziarono a reclamare i loro diritti. Per essere finalmente ascoltati ricorsero a una grande azione plateale: costruirono in officina una grande croce di legno, la ricoprirono di crisantemi bianchi e in processione raggiunsero l’ufficio del direttore, che fino ad allora non aveva voluto sentire ragioni. Si chiuse in ufficio spaventato».

Le condizioni di lavoro non erano ottimali.
«Ci sono stati tanti malati e poi morti per malattie professionali, tanti aborti perché le donne non potevano alzarsi per i turni rigidi. E anche tanti illeciti. Non ha idea di quanti impiegati “importanti” sono deceduti per cause di servizio o si sono improvvisamente infortunati sul lavoro per aver fior fiori di indennità, mentre i poveri operai, che davvero si ammalavano, non ricevevano nulla».

Emerge un mondo misconosciuto, ma che fa bene a tutti non dimenticare.
«Onestà, correttezza, rispetto: sono stati il mio unico vessillo. Ho solo la pensione ma avrei potuto diventare molto ricca come tanti miei ex colleghi con il doppio lavoro. Capi e dirigenti mandavano i dipendenti, con il cartellino timbrato, ad arrotondare lo stipendio per loro. Per qualcuno, il mio è ancora un libro scomodo».

Ha assistito al crescente business del contrabbando di sigarette, fiorente fino all’Operazione Primavera.
«Non ha idea di quante sigarette uscivano di nascosto dalla Manifattura, quanto fosse umiliante la procedura della perquisizione. Avevo il compito doloroso di sorvegliare gli agenti di custodia nel controllo delle borse. Un pomeriggio una donna mi avvisò che un’operaia aveva nascosto sigarette sotto i vestiti. Non potendo essere complice, feci perquisire la donna: sulla pancia aveva 300 sigarette. Uscivano stecche intere con la collusione tra operai e impiegati, o addirittura i pezzi metallici che erano le prove d’esame per assumere gli operai specializzati. La portineria era lo snodo cruciale. C’erano grossi furti con la complicità di molti, soprattutto per i tabacchi confiscati che dovevano essere bruciati. Mi ricordo un 4 agosto dell’88, prima delle ferie: tutti, nessuno escluso, avevano fatto provvista di sigarette».

Di molti illeciti è stata testimone anche all’Ispettorato dei Monopoli.
«I grandi contrabbandieri non venivano mai presi ma i piccoli sì, quelli che vendevano 200 grammi di sigarette agli angoli delle strade pagavano sanzioni amministrative e penali. Nel mio ruolo di contabile del contenzioso cercai di aiutarli con le rateizzazioni. Allo stesso modo, dopo, quando nel ‘96 la legge iniziò a punire chi comprava tabacchi illegali, fu più facile andare a pescare gli acquirenti di sigarette che non bloccare i carichi milionari che venivano gettati in mare all’arrivo dei finanzieri, o fermare i conosciutissimi contrabbandieri. Sulla Gazzetta pubblicavamo il velino quotidiano con le 1.276 lire di sanzione. Centinaia al giorno. Poi riuscirono a rendere incostituzionale quella legge. In fondo, tra i “pizzicati” con le sigarette di contrabbando nel taschino c’erano anche tanti personaggi baresi molto famosi, medici e avvocati».

Nella poesia «La sirena della Manifattura» dà il senso di questo macrocosmo che scandiva la vita dentro la fabbrica ma anche nel quartiere.
«Scrivendone, ho recuperato l’autostima dopo le tante vessazioni subite. Ma la fabbrica ha scritto decenni di vita e di storia di Bari e di tanti baresi».

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