Martedì 17 Settembre 2019 | 00:12

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La Ali di carta

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Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

La Ali di carta

Quando entri in carcere, sbatti contro una bolla d'angoscia, senza alcuna possibilità di pararla. Devi lasciare fuori tutte le tue buone intenzioni e tutte le tue certezze, confrontandoti con un mondo chiuso e ostile in cui solo tu dovrai trovare lo spiraglio per entrare, senza che nessuno ti apra o ti dia le chiavi di un cancello sbarrato.

L'associazione «Arca dell'Alleanza», che da tempo si occupa di volontariato negli istituti di pena del Territorio, mi ha invitato a tenere un corso di giornalismo e scrittura creativa per gli ospiti dell'Istituto penale minorile Fornelli di Bari. Il titolo del progetto è emblematico: «Le Ali di carta», quasi a voler riguadagnare una liberà negata, almeno interiore.

Non so niente di questi ragazzi, chi sono, quali reati abbiano commesso. So soltanto che la scrittura ha salvato me,certo, mi ha anche fatto fare molti errori, ma mi hai aperto un mondo e un modo per guardare oltre me stesso, oltre il mio handicap grave. E so che questa possibilità voglio darla anche a loro, pur non sapendo ancora come farò.

Arrivo a Bari, nell'afa di un pomeriggio di luglio.

Ho organizzato tutto con l'aiuto del CSV San Nicola, il Centro Servizi Volontariato di Bari, un pulmino attrezzato verrà a prendermi dal pullman e mi isserà con una pedana accompagnandomi in carcere. Mi vengono a prendere due volontari dell'associazione Fratres di Loseto, uno dei quartieri più difficili di Bari. Ogni giorno fanno donazioni di sangue.

A Bari fa caldo, i casi di emergenza aumentano. Il sangue non si trova e non basta mai. Loro sono in prima linea Con i volontari della Fratres e col loro presidente, Roberto Nacci, c’è anche Caterina Chiancone, la giovane presidente dell’associazione «Arca dell’Alleanza», che ha condiviso con me il progetto di scrittura e che mi seguirà in questa avventura in carcere.

Quando arrivo i ragazzi mi guardano a testa bassa. Sono 12, selezionati dagli educatori.

Due di loro mi aiutano a fare le scale, si chiamano Michele e Cosimo. Cosimo è corpulento, abbozza un mezzo dialogo. Quando sa che da ragazzo anch’io mi sono fatto le canne, mi mostra un tatuaggio di Bob Marley. Michele è biondo, più tarchiato, non parla ma ti osserva.

Ci riuniamo in chiesa, ci mettiamo in cerchio e ci guardiamo. Ecco, scrivere e guardarsi dentro. Il corso ha inizio. I ragazzi non parlano, guardano e ascoltano, è già un primo passo.

Quando finisco mi salutano tutti stringendomi la mano. Hanno capito il primo segreto della scrittura: osservare e riflettere. Hanno un debito di fiducia compro il mondo, spero di conquistarla, col tempo, ci vediamo la prossima volta. Esco portandomi dentro il buio dal carcere e la luce increspata e ruvida dei loro occhi.

Non so se alla fine le ali spunteranno. Ma so che ci proverò. Felice di farlo. E di poter guardare il cielo. Anche oltre le sbarre.

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