Martedì 20 Novembre 2018 | 19:20

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Integrazione? una nemesi semantica

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Integrazione? una nemesi semantica

Ho una tetraparesi neonatale. Non ho mai provato particolare angoscia per la mia condizione, forse perché non conosco una vita diversa da questa. E tutto quello che faccio è una conquista. Anche se le conquiste costano. L’unica angoscia che sentivo, fin da bambino, era quella degli altri, proiettata su di me, quando mi guardavano. Ma poi passava. E se non passava… Erano fatti loro.

Dalle mie parti mi considerano, un handicappato realizzato, arrivato, fin troppo integrato. 

Io, non mi considero handicappato.

Sono nato il 7 ottobre 1968, nella notte tra domenica e lunedì. Come dire che Che Guevara e i vangeli apocrifi, mi sono germogliati dentro naturalmente. Da noi si festeggiavano i santi patroni, religiosità popolare, più sedimentata che sentita, di quella terra di mezzo, incastrata con i cingoli tra Puglia e Lucania, dove i briganti trovavano le loro amanti, o si facevano beccare dall’esercito regio per un bicchiere di troppo, assopito sotto un sasso. Pezzi di una storia, smozzicata, dimenticata e inconclusa, che mia nonna mi raccontava a sprazzi, nei suoi ricordi di bambina. In fondo noi siamo anche quello da cui veniamo. Il mio paese, come altri, si è alzato, ma non si è mai svegliato completamente.

Non ho mai amato il termine integrazione, mi è sempre sembrato un puzzle mal riuscito, fatto apposta per rabbonire le buone coscienze. Ma forse qui, vivere l’handicap è stato più semplice, più naturale, più normale, ho avuto più ancore, più certezze, più sicurezze come un nido protetto da cui imparare a volare. Questo era il mio mondo, qui ho costruito le ali. Qui, dove i paesi sembrano un po’ sospesi e si chiamano, Ginosa, Laterza, Palagiano, Mottola… Qui dove le storie s’intrecciano e si snodano naturalmente in 10 km. Qui, dove ogni storia val la pena di essere raccontata.


 

 

 

Perché l’handicap, perché a me? Credo che sia una domanda normale, che la rabbia e l’impotenza sia la prima reazione. Ma io non me lo sono mai chiesto. E non perché sia più bravo, o più intelligente degli altri. Semplicemente perché ci sono nato dentro. Non mi considero, né un caso, né una maledizione, né un dono. Se proprio devo considerarmi qualcosa, mi considero un atto d’amore, dell’amore tra due persone e anche dell’amore di Dio, che è in ogni cosa. Voluto ed aspettato, fin dal primo momento, magari non voluto così (nessuno vorrebbe un figlio con handicap), ma amato ed accettato fin da subito, in virtù dell’amore dato e ricevuto. Forse ho avuto fin troppo amore, quell’amore con cui di notte, papà toccava la tua pancia e chiamava il mio nome, come dicevi tu, mamma.

Chi l'ha detto che sono sfortunato?

 Ringrazio Dio per la disabilità E lo scopro ogni giorno. Non è un paradosso, solo un cambiamento di prospettiva. Ho una tetraparesi e guardo il mondo dall'alto di una carrozzina. Certo non è facile, ma può essere anche esaltante. Senza le difficoltà che ho, non sarei diventato ciò che sono. Non conosco una vita diversa da questa. Senza la mia paralisi cerebrale infantile probabilmente sarei un cretino come tanti  altri. L’handicap mi hai insegnato il gusto della fatica di ogni giorno, il piacere quotidiano di costruire un pensiero positivo, l'idea di usare il tempo per pensare e approfondire, costruire piccoli obiettivi che accrescono la tua autostima, ritrovare ogni mattina, l'essenzialità del vivere nel superamento degli ostacoli che incontro ogni minuto e nella continua riappropriazione delle piccole, grandi cose.

Da credente, lo dico in un’accezione eminentemente laica.

Non ho bisogno di attraversare un ponte tibetano o di avere le scarpe firmate, o il Rolex per poter dare un senso alla mia giornata, amo le macchine, ma guido una carrozzina elettrica e non mi struggo per non avere una Ferrari o una Porsche. Non è pauperismo, la vita mi piace godermela, mangiare e amare.

È vero, vivere pienamente una dimensione sessuale e sentimentale, con handicap, è difficile. Ma ci ha mai sfiorato l'idea, che al di là e proprio a causa delle difficoltà, le persone con disabilità possano forse trovare il vero amore, che è progetto, corresponsione e comunione tra due persone?

Anche l’handicap può diventare una teofania, una manifestazione testimonianza dell'amore di Dio nella dimensione in cui lo si viva come necessità di ritrovarsi nelle essenzialità di ciò che si è e non necessariamente in ciò che si fa o che si ha. La disabilità ti insegna anche che hai sempre e comunque bisogno di aiuto, che non puoi e non sei mai solo, che devi rinunciare al tuo orgoglio e ad inseguire quella che i greci chiamavano yubris, cioè quella tracotanza dell’ego che allontana l'uomo da sé stesso.

Non è filosofia d’accatto, magari solo il frutto di un percorso, che ti porta alla ritrazione, a guardare la luce nelle fughe, nelle crepe e nelle pieghe del mondo

Laureato in giurisprudenza, piccolo peccato di gioventù, sono un giornalista professionista, lo dico per ultimo perché questo non è un traguardo, ma un eterno punto di partenza, condito di quotidiana curiosità e adrenalina che ti fa osservare il dentro e l’oltre che c’è in ogni cosa è in ogni uomo.

Sei abbracciata con amore, la Croce, è l'inizio della risurrezione. Qui sulla terra, dove p                                                                                                                                                                                       ossiamo riportare un pezzo di cielo.

Non sono un asceta, non sono un masochista. Non ho più coraggio degli altri. Magari lo hanno avuto i miei genitori, nel darmi un surplus d’amore

Sono solo un uomo, che ama la vita.

Non ho consigli da dare, forse solo una mano da tendere.

Per tutte queste ragioni, vorrei che il termine integrazione, così come quello di inclusione, venisse gradatamente sostituito dalla parola interazione, in cui ognuno si rapporta all’altro con ciò che è e con l’apporto che può dare, senza pietismi e false concessioni ad un buonismo di maniera che ci fa tutti più poveri.

In quest’ottica, cambierebbero anche le dinamiche di linguaggio politicamente corretto, che rispetto alle persone con disabilità, palla troppo semplicisticamente, di capacità residue. Francamente il termine suona offensivo, nella misura in cui stigmatizza uno stato di minorità, che seppure c’è, a seguito di politraumi, non va comunque evidenziata con ovvie e negative ricadute psicologiche, individuali e collettive del contesto in cui si opera.

Piuttosto si dovrebbe parlare di capacità che sono quelle in cui il soggetto può disporre in un momento dato a prescindere da quelle che potevano essere le sue capacità operative in un passato anche recente. Con questa modalità si tenderà neutralizzare la cesura tra un prima e un dopo, che è tra le prime cause di depressione indotta e di regressione Post traumatica.

In questa visione, dunque, le parole assumono un’importanza pregnante, e il termine integrazione, presuppone la costruzione di un orizzonte, non, con l’aiuto dell’altro, ma insieme all’altro, in una osmosi delle reciproche individualità, siano esse tra terapista e paziente, scolaro con bisogni speciali, insegnanti e contesto classe, gruppo amicale. famiglia e persona con disabilità.

 

 

 

 

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