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Il petrolio arabo finanzierà a Lecce l’Università islamica

di FLAVIA SERRAVEZZA
LECCE - Il petrolio della Lega Araba finanzierà l’Università islamica a Lecce. Il presidente del consorzio Confime Giampiero Khaled Paladini ha illustrato ieri quali saranno gli investimenti intorno al progetto. Ed ha anche lanciato un ultimatum al Comune: «Se non ci saranno segnali entro il 31 dicembre andremo altrove, ci sono cinque città pronte ad accoglierci»
Il petrolio arabo finanzierà a Lecce l’Università islamica
di Flavia Serravezza

LECCE - Dietro il progetto dell’università islamica promosso a Lecce dalla Confederazione di imprese mediterranee (Confime) ci sono i barili di petrolio provenienti dalla Lega Araba e dall’Opec, l’organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di «oro nero». Non solo. Ci sono l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii) e la Qatar Foundation, organizzazione non-profit le cui risorse, a Lecce, hanno già permesso l’acquisto dei locali per la realizzazione di una piccola moschea nel rione San Pio, in cui già da tempo si riunisce la locale comunità musulmana.

Giampiero Khaled Paladini, il salentino che è capo del consorzio Confime, ha svelato ieri il piano finanziario del progetto nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta nello studio del suo legale, Anna Schiavano. Presente anche l’avvocato milanese Claudia Blandamura, che per conto di Confime ha seguito la trattativa, poi sfumata, con la società Red srl per l’acquisto dell’ex deposito tabacchi di via Birago.

ADDIO EX MANIFATTURA - «Abbiamo perso due mesi di tempo a trattare con Red: l’acquisto dell’ex deposito di via Birago, per quanto ci riguarda, è un capitolo chiuso», ha tuonato Paladini, salentino di Magliano, convertito all’Islam due anni fa. Non ha ancora digerito la cosa, è chiaro. Red ha fatto un passo indietro che ha giustificato formalmente al presidente di Confime come «conseguenza del dibattito mediatico» e che ha manifestato in Commissione urbanistica presso il Comune di Lecce, il 4 novembre scorso. Ma il dubbio di Paladini è che a far saltare l’accordo sia stato proprio l’intervento del Comune: a suo dire, l’amministrazione di Palazzo Carafa avrebbe più interesse a realizzare all’interno dell’ex deposito il vecchio progetto di un centro commerciale.

I SITI ALTERNATIVI - Paladini tuttavia non molla e appare determinato a realizzare nella «sua» Lecce il primo ateneo islamico d’Italia. Per questo ha già preso contatti con i proprietari di un edificio privato e con quello di un vasto terreno con destinazione turistico-alberghiera, entrambi ben collocati nel perimetro urbano. «Di più non diremo - ha precisato - per evitare che si scateni un altro dibattito confuso che potrebbe far saltare nuovamente l’operazione. Posso solo dire che, mio malgrado, l’investimento di circa 50 milioni previsto per l’ex manifattura sarà in entrambi i casi più che dimezzato, dunque anche il coinvolgimento delle imprese locali». Stavolta, però, Confime non ha intenzione di perder tempo: «Se entro il 31 dicembre non arriveranno segnali confortanti da Palazzo Carafa, siamo pronti a emigrare altrove: ci sono già altre cinque città meridionali pronte ad accogliere il progetto, oltre ad una straniera».

I FONDI - I punti di riferimento economici di Confime sono sono la Qatar Foundation e l’Unione delle comunità islamiche italiane. Ma per realizzare l’università islamica a Lecce, il consorzio intende coinvolgere i Paesi della Lega Araba e quelli aderenti all’Opec. A tal fine, ha detto Paladini, è già stato avviato il progetto «Un milione di barili per la gloria di Allah e per il dialogo dei popoli del Mediterraneo», nato proprio per finanziare la nascita dell’ateneo islamico e il sostentamento delle sue attività accademiche. I Paesi arabi, in sostanza, finanzieranno il progetto con l’oro nero. In che modo? Il greggio verrebbe importato in Italia, lavorato in due raffinerie, e venduto sul mercato. A conti fatti, un milione di barili valgono circa 80 milioni di dollari, quindi con circa 65 milioni di euro. La gestione economica del centro accademico verrebbe affidata ad una fondazione della quale farebbero parte tutti i soggetti coinvolti, compresi gli enti locali. Il presidente di Confime ha assicurato che il Ministero dell’Interno e perfino la Digos sono già a conoscenza della proposta. «Per una volta il petrolio - ha chiosato Paladini - non sarà causa di guerre, ma motivo di pace, dialogo e integrazione tra i popoli».

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