Martedì 17 Luglio 2018 | 18:59

l'ex sostituto dda

Sotto scorta il pm che incastrò
la mafia garganica:«Non dimenticano»

Nuove minacce a Domenico Seccia, attuale procuratore a Fermo, dal 2003 indagò sulla faida ottenendo le condanne per mafia. Recentemente un pentito dal carcere Udine ha parlato di un attentato

Minacce al pm che incastròla mafia garganica: «Non dimenticano»

NICOLA PEPE

BARI - «Era una mafia più immaginata che dimostrata»: questo scrissero i giudici della Corte di assise di appello di Bari nel 2001 quando assolsero gli imputati, considerati alla stregua di quattro montanari. Quella sentenza, dieci anni dopo, venne smontata pezzo dopo pezzo grazie al lavoro di un magistrato, Domenico Seccia, nel giugno del 2003 diventato sostituto procuratore della Dda di Bari si occupoò del Gargano portando a giudizio 100 persone e facendo riconoscere il reato di mafia anche ai Libergolis ritenuti i nemici dei Romito. Un lavoro che Seccia (da 4 anni procuratore a Fermo, dopo aver diretto la Procura di Lucera) ha tradotto in un libro, la Mafia innominabile (160 pagine) «vecchio» ormai di sei anni ma ora più attuale che mai, e poi con un altro testo «La mafia sociale».

Ci sono voluti 30 anni e decine di morti ammazzati per sostituire la parola «faida» con «mafia» e rendendo reale quelle che per tanti lustri era stato ritenuto irreale. Da più di 10 anni Seccia ha la scorta: ha avuto lettere anonime proiettili e, di recente, nuove minacce sono giunte da un pentito che ha riferito di aver appreso nel carcere di Udine un progetto di attentato contro il magistrato.

Procuratore, lei è stato il pm che ha dimostrato processualmente la mafia garganica. Non è stato facile, vero?
«Nel 2003, appena nominato in Dda, in soli sette giorni mi arrivarono in ufficio 72 fascicoli relativi a fatti del Gargano. Una enciclopedia del crimine su sparatorie, omicidi, bombe, estorsioni: tanti episodi apparentemente separate ma che riuscii a mettere insieme tra di loro».

Cosa fece subito?
«Presi una mappa del territorio (da San Nicandro Garganico a Monte Sant’Angelo, da San Giovanni Rotondo sino alle città marine), la attaccai al muro e iniziai a piantare le bandierine, come nei film. E via a cooridnare indagini per dimostrare che la mafia esisteva».

Quella del Gargano è considerata una mafia diversa da quella foggiana?
«La mia idea, suffragata da sentenza ormai passate in giudicato, è che mafia foggiana e mafia garganica rappresentano un unicum. Questa strategia investigativa si è sempre rivelata vincente».

La strage di mercoledì è legata a fatti vecchi?
«Quella gente non dimentica mai. Non ho elementi per confermare che si tratti di una vendetta, anche se ho una mia idea, e non escludo che probabilmente la causa possa ricercarsi in traffici illeciti, tra cui la droga. Posso solo dire che quella gente non si fa scrupoli e questa strage potrebbe non restare impunita».

Sul Gargano non si pente nessuno, è così?
«Personalmente ho gestito diversi collaboratori. Ci sono stati pentiti importantissimi ben oltre il 2007, tra i quali Rosa Lidia Di Fiore, che ci ha permesso di sgominare la mafia sannicandrese (riconosciuta dalla Cassazione), o Antonio Catalano che ci ha svelato i rapporti interni alla mafia garganica e lucerina, rivelandoci anche i legami con la mafia foggiana;oppure c'è anche il pentito Scarano che ci ha consentito di fare luce sui rapporti con il clan Tedesco».

Lei è convinto che la mafia garganica sia diversa da Scu, n'drangheta e altro?
«Assolutamente sì. Non ho mai visto un territorio così esteso controllato da un'associazione mafiosa. Quando fu catturato Franco Libergolis, scoprimmo che si nascondeva a Borgo Rosso, località che non figura neanche sul Catasto. Ci riferì di aver sentito dal suo nascondiglio il rumore di un passaggio di cavalli (il reparto Cacciatori di Calabria, gli stessi che manderà Minniti insieme ai droni, ndr)».

Qual è secondo lei la soluzione?
«Nessuno ha la bacchetta magica. Non bisogna mai smettere di indagare sul vincolo associativo per sapere chi riveste ruoli all'interno di ciascun gruppo. Di certo, dopo gli arresti e le condanne per due o tre anni, il il Gargano ha vissuto un periodo di quiete».

Le hanno confermato la scorta. Un pentito, da Udine, avrebbe appreso in carcere di un progetto contro di lei.
«Di questo non posso parlare».

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