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La Rubrica

Dopo il buio arriva «Un posto al cuore»

L'appuntamento sulla Gazzetta del Mezzogiorno vuole segnare una piccola tappa in questo viaggio di ritorno: ritorno ai rapporti umani, e all’umanità dei rapporti.

19 Febbraio 2022

Lisa Ginzburg

Da più di due anni la nostra vita sociale conosce un totale stravolgimento. Siamo stati isolati dagli altri, per sprazzi di tempo continuiamo a esserlo. Sono cambiate le nostre amicizie, i nostri amori, la temperatura della nostra curiosità umana. Anche il cuore, sentiamo che si è trasformato: come avesse mutato di forma, e le valvole funzionassero in maniera diversa da prima.

«Da quando i pulsanti sono cuori, i cuori non sono più pulsanti», si leggeva mesi fa su un graffito dipinto sui muri di Roma. Un grido di allarme: la comunicazione virtuale è divenuta una coazione necessaria, qualcosa cui ci siamo insanamente e completamente assuefatti. Ci riesce più facile vedere le persone sui monitor che non dal vero, più semplice scambiare parole digitate sui tablet ed emoticon di sorrisi e cuoricini, anziché incontrarci, stringerci, tenerci stretti, dirci le cose occhi negli occhi.

Se con tanta facilità lo inviamo nell’etere da icona multicolore, il cuore invece, quello vero, parrebbe come si fosse atrofizzato. Il termine stesso, «cuore», suona retorico, ingenuo, desueto: poco manca ci si vergogni a usarlo. Quel cuore che ha conosciuto il silenzio surreale e assordante del lockdown; che ha temuto il mondo stesse davvero per finire, e noi non potere mai più abbracciare le persone care dalle quali eravamo per obbligo lontani. Cuori che hanno vissuto perdite, lutti privati e collettivi, e separazioni, e profonde metamorfosi nei rapporti personali. Il silenzio di quei tempi difficili si è costellato di socialità virtuali in cui viviamo impigliati, in ostaggio, quasi. La realtà dei rapporti, il suo profondo nutrimento, è qualcosa che ci chiama e insieme ci spaventa. Perché siamo cambiati, sì. Ci siamo induriti e ammorbiditi. Mai siamo stati tanto soli e tanto poco soli allo stesso tempo: una contraddizione che ci ha reso più porosi, disponibili a comunicare con (quasi) chiunque, ma anche chiusi, intransigenti, fedeli a nuclei intimi delle nostre personalità che nell’isolamento abbiamo avvertito e messo a fuoco con chiarezza. Abbiamo avuto spazio e tempo di ascoltarci, scandagliarci, e sarà per questa maggiore conoscenza di noi stessi che molto meno di prima pratichiamo l’arte del compromesso, della mediazione, e meno ci apriamo a un approccio all’Altro fatto di equilibri, punti medi, soluzioni a mezza strada.

Siamo cambiati: chi in peggio, chi in meglio, di sicuro mutati, quali che siano l’età, il genere sessuale, la condizione sociale e di vita personale. Trasformati: più aperti e più schermati, più selettivi e molto meno. Maturati e regrediti. Affamati di incontri reali, quanto spaventati dalla loro possibilità di evoluzione concreta, tangibile. Alieni all’intimità, per quanto abbiamo disimparato a ridere insieme, piangere insieme, a baciare, abbracciare, accarezzare. E al tempo stesso, consapevoli che se non torneremo presto a mescolarci, vederci, frequentarci in carne e ossa, qualcosa della nostra umanità andrà svaporando via, in modo triste e senza ritorno.

«Un posto al cuore», la rubrica di lettere che si inaugura da oggi, vuole segnare una piccola tappa in questo viaggio di ritorno: ritorno ai rapporti umani, e all’umanità dei rapporti. Uno spazio epistolare (che è diverso da virtuale) per dialogare davvero. Uno spazio per mettermi in ascolto delle vostre storie, dei dubbi e gli interrogativi che assediano le vostre questioni personali, di lavoro, di vita; e per voi, ritrovare il gusto di un dialogo reale, o quasi. Come fosse tutto nuovo. Perché tutto è nuovo, con tanta esperienza interiore accumulata in più, e se giocoforza abbiamo appreso a fare a meno degli altri, senza gli altri sentiamo che la vita cambia in peggio, perde di senso e di luce. Si immiserisce o si radicalizza, come che sia, è più povera e meno allegra. Che ne è dei nostri cuori, che ancora pulsano nonostante siano ridotti a pulsanti, a icone colorate ma senza colore? Che ne è della nostra fame di incontri, di calore, di scambi, di reciprocità o di separazioni ma vissute dal profondo, dal vero.

Tutto è nuovo, e l’alfabeto del cuore dobbiamo reimpararlo da capo. Le vostre lettere lo articoleranno, e io le aspetto a cuore aperto, numerose, scritte in quella piena libertà di espressione che è la libertà di emozione. Di emozionarsi, e così ridare un posto al cuore. Qualcosa di urgente, di quanto mai necessario, per tornare alla vita, la vita vera, scandita da cuori che pulsano.

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