Sabato 14 Marzo 2026 | 16:11

Giuseppe Cossiga, l'esperto tra Medio Oriente e guerra: «Ora nessun rischio in Puglia, ma va potenziata la difesa»

Giuseppe Cossiga, l'esperto tra Medio Oriente e guerra: «Ora nessun rischio in Puglia, ma va potenziata la difesa»

Giuseppe Cossiga, l'esperto tra Medio Oriente e guerra: «Ora nessun rischio in Puglia, ma va potenziata la difesa»

 
mimmo mazza

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Giuseppe Cossiga, l'esperto tra Medio Oriente e guerra: «Ora nessun rischio in Puglia, ma va potenziata la difesa»

«Il distretto pugliese è centrale nel sistema-Paese. Il Politecnico di Bari costituisce una risorsa strategica di primo livello»

Sabato 14 Marzo 2026, 14:17

Giuseppe Cossiga è uno dei massimi esperti in Europa nel settore Difesa. Ingegnere aeronautico, è presidente di MBDA Italia, consorzio europeo costruttore di missili e tecnologie per la difesa per i settori dell'aeronautica, della marina militare e delle forze armate terrestri e presidente della Federazione delle aziende di Aerospazio Difesa e Sicurezza (Aiad). È stato per cinque anni Sottosegretario alla Difesa. Alla straordinaria conoscenza del settore militare associa una dimensione di consapevolezza delle dinamiche geopolitiche e di relazioni internazionali.

Dopo la prima fase del conflitto, l'Iran sembra aver adottato una strategia di pressione indiretta: non potendo colpire direttamente gli Stati Uniti, aumenta la tensione sui Paesi arabi della regione attraverso attacchi alle infrastrutture energetiche e minacce allo Stretto di Hormuz. I missili intercettati nei pressi di Cipro e Turchia hanno già spostato il raggio di questa rappresaglia verso il Mediterraneo orientale, con la Grecia che ha innalzato i propri livelli di allerta. Tracciando una linea geografica, il passo successivo teorico porterebbe alla Puglia e all'Italia meridionale. È una minaccia concreta o siamo ancora nel campo delle ipotesi strategiche?

«È vero che dopo la Grecia c’è la Puglia, ma siamo nel campo dell'analisi delle prestazioni teoriche dei vettori, non di un rischio operativo immediato e verificato. Su questo mi esprimerei con la massima cautela. In linea di principio, alcune delle piattaforme missilistiche presentate dall'Iran potrebbero in astratto raggiungere quelle distanze, ma parlare di una minaccia concreta e imminente su questa base mi sembra eccessivo».

L'allargamento del raggio d'azione dei vettori iraniani pone però una questione industriale oltre che operativa: la prontezza della difesa missilistica e la capacità di risposta del Paese. Questo richiede filiere produttive e logistiche sicure e pronte al potenziale impiego. Il nostro tessuto industriale della difesa è in grado di fronteggiare questo tipo di crisi?

«Occorre distinguere nettamente tra capacità tecnologiche, capacità industriali e capacità operative. Sul piano tecnologico, l'Italia è assolutamente in grado di sviluppare sistemi equivalenti a quelli di altri Paesi del mondo nostri pari – perché l'Italia non deve confrontarsi necessariamente solo con gli Stati Uniti. Non è un segreto, l'Italia è perfettamente in grado di costruire una bomba atomica in poche settimane, basta acquistare l’uranio necessario. Ma questo è il livello tecnologico. L’Italia è uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati al mondo, in grado non solo di portare satelliti nello spazio, ma oggetti sulla Luna, in proposito citofonare a Leonardo al prof. Cingolani e in generale l’industria spaziale nazionale. Questo è il livello a cui opera il nostro sistema tecnico-scientifico. Il livello industriale, invece, è direttamente connesso alla domanda espressa dalle Forze Armate nel corso degli anni: le industrie producono esattamente quello che è richiesto loro».

Significa che l'attuale capacità produttiva italiana riflette una domanda storicamente contenuta. Come si può intervenire?

«Nel rispetto della logica industriale e delle tempistiche compatibili con gli investimenti, l'industria è certamente in grado di incrementare la produzione. Ma non esiste una bacchetta magica. Le risorse, i tempi di riconversione, le autorizzazioni: tutto questo ha un peso reale. L'industria non è la fata madrina di Cenerentola».

Se il conflitto dovesse ulteriormente espandersi — con ricadute sul traffico energetico, sulle rotte commerciali e sulla sicurezza delle infrastrutture navali e sottomarine — la catena di approvvigionamento della nostra industria della difesa è nelle condizioni di sostenere un incremento della capacità produttiva? Quali sono i principali colli di bottiglia e quali gli investimenti prioritari?

«Per quanto riguarda specificamente la filiera della difesa — tralasciando le materie prime energetiche e quelle trasversali all'intero sistema industriale, che hanno ovviamente risentito degli effetti dell'escalation in corso — i problemi si concentrano su alcune categorie di materiali critici. Non è un segreto industriale né di Stato: la gran parte delle cosiddette terre rare e delle materie prime strategiche è oggi sotto il controllo cinese. Questo vale per tutti i Paesi occidentali, e trovare fonti alternative è una priorità condivisa. Esistono poi altre materie fondamentali per la produzione bellica che, per ragioni di mercato, l'Occidente ha progressivamente trascurato. Un esempio emblematico sono le polveri da sparo: non si producono munizioni senza, eppure, trattandosi di un prodotto a basso valore aggiunto, la filiera occidentale si era assottigliata. Adesso ci si sta riorganizzando».

E dal punto di vista degli investimenti?

«Sul fronte degli investimenti industriali, la distinzione cruciale è tra grandi aziende e piccole e medie imprese. Per un grande gruppo, penso ad esempio a Fincantieri (Isotta Fraschini motori a Bari), MBDA, Avio Aero (con stabilimenti a Brindisi), costruire due nuovi capannoni e assumere duecento persone è operazione complessa ma gestibile. La situazione è molto diversa per chi si trova più in basso nella catena del valore. E qui occorre essere precisi: in Italia le eccellenze produttive nella difesa sono molto spesso piccole aziende a gestione familiare. Peraltro, costruire un capannone per fare passata di pomodoro è una cosa; costruirne uno per produrre testate missilistiche è tutt'altra faccenda, anche se più piccolo e con meno addetti».

La Puglia ospita alcune delle infrastrutture militari più sensibili del dispositivo NATO nel Mediterraneo: dalla Base Navale di Taranto agli F-35 di Gioia del Colle, ai siti produttivi delle divisioni velivoli ed elicotteri di Leonardo a Foggia e Brindisi. Qual è il reale peso specifico del Sud Italia nella catena del valore dell'industria della difesa nazionale?

«Il distretto pugliese è centrale nel sistema-Paese. Il comparto universitario, con il Politecnico di Bari, costituisce una risorsa strategica di primo livello. Permettetemi però una digressione che ritengo illuminante: ho citato la Puglia per ragioni geografiche, ma il vero termine di paragone — parlando di difesa e di minaccia iraniana — è Israele. Le televisioni ci mostrano in continuazione le capacità del sistema di difesa missilistica israeliano, un investimento straordinario che coinvolge gli Stati Uniti e la quasi totalità dei Paesi occidentali. Eppure Israele fatica a difendere se stesso. Ebbene: Israele è geograficamente paragonabile alla Puglia. Solo che in Italia, di regioni come la Puglia, ce ne sono una ventina — comprese due isole maggiori. Questo per dare la misura di cosa significherebbe difendere l'intero territorio nazionale italiano con un dispositivo equivalente a quello israeliano. Potremmo farlo, in teoria. Il problema è che avremmo venti volte i problemi di Israele».

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