Alle due di notte corre verso casa, cercando di arrivare il prima possibile. Non si ferma a parlare con i colleghi dopo il lavoro, non perde tempo come fanno gli altri alla fine del turno. Sale sul monopattino e attraversa le strade della città con un pensiero fisso: evitare quell’angolo di strada. Perché lì, quasi ogni notte, ad aspettarlo c’è un gruppo di ragazze.
Lui è Mial Samsul, ha vent’anni, viene dal Bangladesh e vive a Bari da circa tre anni. Ha un permesso di soggiorno regolare e lavora in un ristorante nel quartiere Picone. Un ragazzo descritto da chi lo conosce come mite e silenzioso, uno che pensa soprattutto al lavoro. Ma da qualche tempo il rientro a casa, dopo il turno serale, si è trasformato in un momento di tensione.
Quando lo vedono arrivare, le ragazze si appostano lungo la strada. Sono cinque, italiane, poco più giovani di lui. Lo aspettano e appena lo riconoscono iniziano a insultarlo. Poi gli lanciano contro quello che hanno tra le mani: oggetti, bottiglie di plastica, spesso gavettoni pieni d’acqua. Una sorta di agguato che si ripete con una regolarità ormai quasi prevedibile.
Le aggressioni avvengono sempre più o meno alla stessa ora, intorno alle due di notte, quando Samsul termina il turno di lavoro e rientra nella sua abitazione nel quartiere Libertà. Lui non reagisce...












