Giovedì 29 Settembre 2022 | 04:21

In Puglia e Basilicata

Un posto al cuore

Ma difetti degli altri sono un po’ i nostri

Quando il passato torna a riaffacciarsi

La scrittrice Lisa Ginzburg

Critichiamo (soprattutto sui social) ma spesso ci stiamo guardando allo specchio

03 Settembre 2022

Lisa Ginzburg

Un famoso detto inglese recita: it takes one to know one. Ovvero, critichi negli altri difetti e problematiche che riguardano te. Ovvero, dimmi cosa critichi e ti dirò chi sei. Non ci si pensa (rifletterci su è scomodo), ma tante volte ci infastidiscono atteggiamenti altrui che ci interpellano e riguardano, perché smuovono in noi qualcosa che è nostro. Ci sdegna e irrita profondamente non sempre, ma spesso, quanto di un altro ha a che fare con noi. I tratti caratteriali che ci sono estranei per davvero possono lasciarci basiti, increduli, inorriditi, ma non ci fanno infuriare: non visceralmente. Il fastidio rabbioso invece è diverso, un astio impulsivo, passionale, irrefrenabile, sanguigno, proprio quello è sintomo di coinvolgimento.
Se avessimo la pazienza di districare questo, ascoltarci e individuare tale strana regola della vita, per cui se qualcuno ci rimanda qualcosa di noi che non ci piace, è proprio su quel qualcosa che dovremmo portare l’attenzione, tutti i nostri rapporti umani ne gioverebbero. È come fare pulizia: senti chiari i limiti tra te e gli altri, ma anche i punti di tangenza e di convergenza «negativa».

Pensarci speciali, ognuno particolare, unico, a sé, è un principio sacrosanto di convivenza umana perché di lì scaturisce autostima, reciproco rispetto, delimitazione di confini personali. La nostra singolarità in modo benefico ci separa gli uni dagli altri lasciandoci respirare, ciascuno libero di essere a suo modo, come crede. Ma lo stesso principio vale in senso contrario: quel medesimo percepirsi come unici e irripetibili genera la presunzione di possedere una propria infallibile natura dalla cui prospettiva giudicare quella altrui. Un’ottica che invece è fallace e moltissime volte miope, perché tutti ci assomigliamo ben più di quanto siamo in grado di supporre e sopportare. “Nessuno è insostituibile”: ricordo un sussulto di sgomento nel sentire per la prima volta enunciare il concetto. Ero giovanissima, e un mondo dove tutti fossimo interscambiabili mi appariva orribile e desolato. Ho impiegato anni a capire che era vero: che sostituibili, anche, lo siamo eccome, e lo siamo perché ci assomigliamo. Perché il mondo è vasto, immenso, popolosissimo, e la nostra peculiare natura conta in senso assai relativo. Dovremmo impararlo presto nella vita, e invece nessuno, tranne l’esperienza, ce lo insegna: quanto ognuno sia unico e irripetibile ma anche uguale agli altri, quegli altri le cui caratteristiche ci fanno infuriare e ci risultano fastidiose in realtà perché a noi contigue, somiglianti.

L’individuazione di sé, la scoperta progressiva di come siamo fatti e come «funzioniamo», quel processo che occupa tanta parte della vita - molte volte il corso di un’esistenza intera - si barcamena tra queste due immagini lapalissiane ma cruciali: che siamo tutti diversissimi ma anche dannatamente simili. Empatia, neuroni a specchio, altre teorie articolate piuttosto di recente dicono di questa fratellanza (sorellanza) imprescindibile. Siamo tutti interconnessi, destinati ad accettare aspetti nostri e altrui che d’istinto ci procurano fastidio, nel mentre non facciamo che ripeterci quanto ognuno sia speciale e insostituibile. Ostinati a non vedere che i nostri rapporti umani è giocoforza crescano e maturino in un continuo calibrarsi tra senso di sé, della propria unicità, e comunanza con gli altri, secondo una condivisione ai limiti dell’indistinzione.

Uno degli aspetti positivi dell’uso dei social è proprio questo: costringono a sentirsi al tempo stesso speciali e interscambiabili. Ognuno costruisce il proprio profilo pubblico, una «bacheca» in cui riversare opinioni, immagini di cose amate, luoghi, volti, divi adorati, musiche, ritratti del passato, scorci di cieli, montagne, spiagge e altri paesaggi mozzafiato. Spunti da offrire a un pubblico vasto e invisibile, nella convinzione di scolpire intanto la nostra natura peculiare, specialissima. Non proprio: perché fluttuando nella stessa grande bolla virtuale di continuo dobbiamo constatare che identica specialissima singolarità è identica negli altri: in tutti gli altri.

Non si sfugge: ogni unicità è compartecipata e perciò potenzialmente ripetibile, riproducibile, sorella a milioni di altre. Anche coi modi altrui di autorappresentarsi sui social «litighiamo», in maniera uguale a come ci accade con le persone vere, nella realtà. E di nuovo, lì anche, se qualcuno ci infastidisce e ci fa arrabbiare la nostra stizza è una spia, un segnale di analogia e non soltanto di divergenza. Un’occasione da cogliere: riflettere sui difetti altrui che più ci disturbano è amor proprio, perché un passo verso l’accoglienza. Ci aiuta a integrare parti di noi che non amiamo, anziché fare a pugni con quegli stessi aspetti sprecando tempo ed energia. Tempo per crescere, energia per migliorarci.
Nulla di nuovo, certo: eppure non si insegna mai, che siamo tutti unici ma anche simili, e quanto il capirlo possa farci del bene. Quanto possa generare maturità e armonia saperci contigui a infinite altre unicità parallele, divergenti, sorelle. It takes one to know one: è quando smetti di litigare con difetti che ti assomigliano che il cuore comincia a sentirsi più leggero, e puoi sperare quei difetti di lasciarli andare.

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