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L’amore e il rispetto per i nostri pelosetti

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Mi pare che rendere pubblici all’intero mondo scatti e ritratti degli animali domestici violi la loro privatezza: che è sacra

28 Maggio 2022

Lisa Ginzburg

Mi conto tra le persone che non smettono di sorprendersi per la quantità di scatti fotografici di animali che vengono quotidianamente postati sui social. Gatti, cani – cani grandi e cagnolini; quando possibile, cavalli, uccelli. Criceti e conigli.

Che cosa diciamo quando raccontiamo dei nostri adorati animali domestici? Quali sentimenti stanno appostati dietro le loro immagini, così private nel raccontare amore e tenerezza, ma tanto poco private nel momento in cui vengono rese pubbliche? Cosa davvero esprimono, queste fotografie che poco trasmettono di noi, di noi esseri umani catapultati sull’amore per i non umani?

Sarà certamente una mia idiosincrasia personale, ma delle immagini di animali domestici nulla capisco: né di loro, né di chi le condivide. Provo piuttosto una forte sensazione di straniamento, sbalzata come mi sento in una dimensione che sento opaca, non trovandosi né dal lato umano né da quello animale.

Non che il mio istintivo rigetto per questo genere di «bestiario» elida il rispetto profondo che nutro nei confronti degli animali. Al contrario: piuttosto, come anche nel caso dei bambini sia piccoli che più grandicelli, mi pare che renderne pubblici all’intero mondo scatti e ritratti violi la loro privatezza (privacy): che è sacra, e sacra dovrebb’essere tenuta in considerazione. Non possiamo consultarci con animali domestici e bambini sul piacere che provano o non provano a trovarsi messi «in vetrina», visibili a chiunque. E «postandoli», sono convinta si faccia loro un torto – sarò all’antica a ritenere così, ma nessuno mi convincerà del contrario.

Riguardo agli animali, non che non li ami, anzi li adoro, e spessissimo mi ritrovo a constatare l’intensità del loro stare al mondo, la loro maniera di viverlo e di abitarlo. È di mattina presto un gabbiano dall’occhio rotondissimo e lo sguardo truce; è un piccione che come fosse cieco, ciecamente si avventa su briciole di pane; è un cucciolo di pastore maremmano di incantevole bellezza; sono gatti accoccolati in un anfratto di vicolo, o che selvaggi si azzuffano. Tutto degli animali è lì a dirci la vita, la complessità delle relazioni, la guerra e la pace: combattimenti spietati, improvvise possibili svolte di tenera fraternità. Con presaga e poetica visione, la scrittrice Anna Maria Ortese parlò nel corso di pagine bellissime del sacro rispetto che dobbiamo agli animali. Quegli animali che lei con geniale estro definiva «le piccole persone». Ecco, a nessuna persona, per piccola che sia, andrebbe fatto torto, nessun genere di torto, compreso quello di violare la sua privatezza.

Ciò detto, quella su cui soprattutto mi interrogo è a ogni modo un’altra questione. Cosa realmente intende esprimere chi di continuo carpisce immagini di animali e poi le riproduce condividendole con il mondo intero? Amore e devozione nei loro confronti, certo; e tuttavia, non anche, implicitamente, un alto grado di difficoltà sul fronte dell’antropologia? La ritrosia a confrontarsi direttamente con i simili ? Un senso di fallimento e solitudine per una generale condizione di amarezza procurata dai rapporti con gli altri umani? Amare animali e animaletti, averne in casa, prendersi cura di loro, senza dubbio è qualcosa di nobile e bellissimo. Se diventa una fuga dall’umano, certo un po’ meno. E se l’amore per gli animali domestici si trasmuta in una forma di rifugio, in una dimensione che svolge funzione di conforto e ristoro dalla cattiva comunicazione (o totale non comunicazione) con gli altri nostri uguali, allora qualche dubbio è salutare e sacrosanto farselo venire.

L’amore non andrebbe traslato: quella pure è una forma di manipolazione. Proiettare sulle «piccole persone», gli animali domestici, le nostre frustrazioni, le nostre ferite d’amore, i nostri scompensi, di qualunque genere essi siano. Quello anche è mancanza di rispetto. Onoriamo i nostri animali lasciando loro la libertà di non assumere ruoli che non sono i loro. Proteggiamoli dalle nostre proiezioni, dalle nostre amarezze, dai nostri rimpianti, dalla nostra solitudine bisognosa di affetto. Oltre a non condividere di continuo scatti dei loro musetti di felini, canini, rapaci e roditori, lasciamoli liberi. Liberi dalle nostre forme di amore traslato (e perciò soffocante). Sarà un’alta forma di rispetto, e dunque di grande amore.

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