Il movente è incompatibile con le dinamiche dei fatti accaduti e l’errore commesso nella lettura delle intercettazioni ha traghettato tutto a sfavore di Tiziano Nardelli. È quanto, in estrema sintesi, ha sostenuto l’avvocato Luigi Danucci durante la sua arringa dinanzi alla Corte d’assise d’appello, nel processo per la morte del 61enne Cosimo Nardelli, ucciso in via Cugini il 26 maggio 2023 con due colpi di arma da fuoco. Condannato in primo grado al carcere a vita Tiziano Nardelli è stato ritenuto il mandante dell’omicidio del fratello 61enne.
Dopo alcune sue dichiarazioni spontanee in cui ha ribadito la propria innocenza, il suo difensore Danucci ha fornito una lettura alternativa delle intercettazioni e delle dinamiche esistenti tra i due fratelli diversamente da come inquadrate dal pm dell’Antimafia Milto De Nozza - che ha coordinato l’inchiesta relativa al delitto – e dalla Corte del primo giudizio. Nella sua arringa il difensore di Nardelli infatti ha sostenuto che a muovere la mano armata di Cristian Aldo (condannato a 30 anni di carcere e reo confesso di aver premuto il grilletto quella sera) fosse stato suo padre, Paolo Vuto (accusato di aver organizzato la spedizione mortale e per questo condannato all’ergastolo) a causa dei contrasti criminali e delle tensioni crescenti tra lui e la vittima.
A guidare la moto quella sera c’era poi il cugino di Paolo Vuto, Francesco “Kekko” che ha rimediato invece una pena a 25 anni di carcere. I difensori di Francesco e Cristian Aldo Vuto, gli avvocati Andrea e Salvatore Maggio, puntano a far decadere nei loro confronti le aggravanti contestate: in particolare quella della premeditazione che la difesa ritiene non essere stata provata dall’attività di indagine. L’inchiesta, partita da una prima indagine della Procura ionica coordinata dal pm Francesco Sansobrino aveva condotto al gruppo guidato da Paolo Vuto attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche. Stralci di conversazioni che per l’accusa – e per la Corte di primo grado - avevano non soltanto spiegato come i due uomini avessero affari comuni, ma che tra loro ci fosse un legame di reciproca opportunità.
A fare da innesco ai contrasti tra i due fratelli Nardelli la cooperativa di famiglia che avrebbe inasprito i conflitti tra i due fino a determinare una frattura insanabile, per gli sperperi della vittima e parallelamente per gli interessi di controllo sulla coop da parte di Tiziano Nardelli: sarebbe stato proprio lui, secondo l’accusa, a chiedere l’intervento del gruppo armato di Vuto per fare eliminare il fratello 61enne.
[a.c.]















