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Cinzia Greco, quello che sta accadendo a livello sociale col coronavirus è trapiantabile nel teatro pensando alla sua ultima apparizione su un palco di Taranto, nell’opera Medee di Raffaela Caputo che sviscera una donna mitologica nota per la lotta contro il terrore degli Dei per un ritorno salvifico sulla terra?
«Il ruolo di Medea è stato uno dei più difficili ai quali approcciarmi. Avevo già interpretato in passato donne importanti anche realmente esistite come Artemisia Gentileschi e Saffo di Lesbo. Ma con Medea ho seguito un percorso emotivo e di esplorazione. Ha un impatto forte pensare che un personaggio così antico sia così vicino a situazioni che provano le donne della nostra epoca. È per questo che si è improntato lo spettacolo su due Medee, quella antica e quella moderna. Io, quella antica, mossa da un senso di vendetta sono arrivata ad uccidere i miei figli, per infliggere la punizione a un compagno infedele. Penso che anch’io se fossi vittima di infedeltà compirei atti atroci, senza mai torcere un dito ai bambini che sono la cosa più preziosa del mondo, ma attuerei comunque una vendetta memorabile. Se esistesse Medea oggi, sicuramente le direi di far cuocere l’uomo nel suo brodo e le darei libero accesso a scagliare rabbia e poteri contro il vero mostro che c’è da combattere: il Covid-19».

Lei ha 22 anni, è uno dei tanti pezzi della torta giovanile che ha lasciato la sua città del Sud (Taranto in questo caso) per emigrare e cercare di appagare il proprio talento: è una scelta inevitabile di un artista?
«Emigrare da Taranto è stato doloroso. All’inizio c’era l’euforia, il desiderio di vivere in una città come Roma che per quanto trafficata è sempre stata nei miei sogni e che tutt’ora reputo la più bella. Poi, piano piano, quando questa euforia è diventata abitudine, ho iniziato a sentire la mancanza degli affetti e del mio mare. Ad oggi quando mi si chiede se questo allontanamento è stato necessario rispondo di sì perché avevo bisogno di sperimentare nuove situazioni, formarmi e crescere sia artisticamente che come persona».

La sua inclinazione teatrale l’ha spinta ad esplorare la periferia romana, come dimostra l’esperienza di performer e coach in laboratorio, nel caso di Centocelle o nell’insegnamento ai piccoli alunni per l’associazione Il Cenacolo: che valore ha questa esperienza per sé e la comunità?
«Centocelle, oltre ad essere la culla del mio primo laboratorio, è il quartiere dove vivo. La periferia è sempre stata la mia casa. Il mio unico sogno cinematografico sarebbe prender parte ad un film tipo Suburra. Ho vissuto situazioni “di strada” sin da quando ero piccola e osservandole ho sempre pensato che quelle erano il vero “teatro.” In strada c’è la semplicità e di conseguenza la verità. Ed è proprio la verità che abbiamo posto come obiettivo di “Tutti sul palco“, il laboratorio per adulti coordinato da me e dal mio collega, amico e regista Marco Antoniozzi sotto il brand di TeatroDiferente, ormai una garanzia su Roma».

Dall’apertura del palco al chiuso della sua casa di Taranto, da dove sfida la paura da contagio mettendo in campo dramma e ironia. Gli esempi: un monologo tratto dalla serie Netflix Elite su un ragazza musulmana che lotta l’iper-protezione familiare; il sentimento di orrore dopo l’acquisto delle sigarette in cui si mostra con una mascherina ed un trucco artistico; un messaggio in stile ragazza Moulin Rouge in cui richiama in modo scanzonato all’eleganza in casa forzatamente. La realtà di questi giorni è così ispirante per un’attrice?
«Vita e palcoscenico si fondono e personalmente credo che per essere bravi attori bisogna saper portare la vita in scena per cui si potrebbe dire che sono la stessa cosa. Sulla mia quarantena social, sto cercando di spronare la gente a reagire con forza ma restando se stessi senza moralismi. Se un giorno ci si sente tristi lo si può dire senza dover necessariamente sottostare al sorriso finto con l’hashtag #andratuttobene. Se un giorno ci si sente vogliosi di recitare o di fare le attività che facciamo solitamente (senza uscire da casa) lo si deve fare perché è solo mantenendo un po’ di quotidianità in questo momento apocalittico, che riusciremo a superarlo».

Nella sua prossima agenda teatrale, è appuntata l’interpretazione per un’opera interessante, Disrupt-Resilienza, al “Forma” di Roma, per la regia di Marco Antoniozzi e il soggetto di Andrea Lo Moro, il cui monito calza addosso a questo “buco” sociale in cui ci ha spinto il Covid-19: “L’uomo che si alza è ancora più forte di quello che non è mai caduto”. Che pensiero le viene in mente pensando a questo spettacolo?
«Disrupt-Resilienza, che è stato rimandato a causa del mostro che stiamo tutti affrontando, è perfetto per l’oggi. Nell’opera nata dalla penna di Lo Moro, avrò anche l’opportunità di interpretare un brano di teatro danza sulle note di un violino (suonato live dal mio collega Nour) in cui cercherò di donare col mio corpo al pubblico la massima espressione di Resilienza. Che è forza di rialzarsi. Come ci si è rialzati tante volte. Come si rialzerà presto l’amata Italia. Perché il nostro Paese è resiliente».

Da ex ginnasta, ora fotomodella, attrice ed operatrice teatrale, qual è il suo pensiero sul potenziale della sua città, Taranto?
«La mia città ha un’enorme potenziale culturale. Occorre soltanto rendersene conto e saperlo valorizzare. Non ho mai escluso di tornare forse un giorno a Taranto ad insegnare, a lavorare, a respirare un’aria che si spera diventi meno inquinata».

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