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«Ho conosciuto la gloria e le salite. E ora raddoppio le energie». Il 13 marzo 2021 tappa decisiva per Tokyo contro l’amica Lara Mori

Vanessa Ferrari e i Giochi indigesti: «Mi chiamano farfalla, so volare»

È stata la prima ginnasta italiana a conquistare un oro al Mondiale. Era il 2006 e Vanessa Ferrari aveva solo 16 anni. Una piccola farfalla che volteggiava in cima al mondo e che sarebbe poi diventata una Cannibale pigliatutto. Oggi è ancora in pedana a cercare la quarta Olimpiade. I tanti infortuni che hanno costellato la sua carriera non sono riusciti a metterla al tappeto. Al contrario, le hanno dato la forza per riprovarci ancora, a 30 anni.

La prima ginnasta italiana sul tetto del mondo. Cosa si prova?

«È una sensazione bellissima. Quando ho vinto il Mondiale ero talmente giovane che non riuscivo forse a comprendere quello che avevo fatto. Poi con il passare del tempo me ne sono resa conto, ho capito l’importanza e tuttora mi viene la pelle d’oca se ci ripenso».

Più farfalla o cannibale?

Ride. «Non lo so. Cannibale non è un soprannome che mi ha mai fatto impazzire. Mi fu dato in occasione dei Giochi del Mediterraneo del 2005 quando, dopo aver vinto cinque ori (trave, corpo libero, volteggio, concorso individuale e concorso a squadre, ndr) volevo a tutti i costi il sesto (ma invece è arrivato l’argento nelle parallele asimmetriche, ndr). Farfalla invece è il nome che rappresenta quello che faccio, non saprei però quale caratteristica mi si addica di più. In fondo sono solo delle etichette».

Circa 70 medaglie: quali sono le più belle?

«Tutte quelle più importanti: gli Europei, i Mondiali, ma anche i quarti posti alle Olimpiadi. Metto tutto tra i ricordi più cari. Soprattutto il quarto posto di Londra 2012: è praticamente un bronzo. (Nella finale di corpo libero aveva ottenuto stesso punteggio della russa Mustafina ma le venne assegnato il quarto posto in base ad una componente regolamentare per cui prevale l’atleta che compie un’esecuzione migliore, rispetto a chi porta un coefficiente di difficoltà maggiore, ndr)».

Il momento più difficile?

«La rottura del tendine d’achille nel 2017. Quell’infortunio mi ha messo di fronte alla scelta se continuare o meno, anche perché non sapevo come sarebbe andata dopo il ritorno in pedana. Poi però ho deciso di riprovarci perché non volevo avere rimpianti in futuro».

Ed eccola ancora qua. Anche dopo Rio voleva ritirarsi…

«Quello è stato un altro fra i momenti più difficili. Non ero arrivata alle Olimpiadi nelle migliori condizioni e si è visto. Dopo i Giochi in Brasile sono tornata in palestra con l’idea di dare una mano alle ragazze più giovani, sono state loro a darmi nuovi stimoli: ho riprovato ad allenarmi, ho avuto sensazioni positive e ho ritrovato poco per volta la voglia».

Pechino 2008 e Londra 2012: due medaglie di legno. Poi la delusione di Rio. c’è una maledizione intorno ai Giochi?

«Non lo so, magari sono stata solo sfortunata. A Pechino nel 2008 ero distrutta fisicamente. Tutti si aspettavano tanto, ma io sapevo che non stavo bene. A Londra, al contrario, ero in forma e mi sono divertita. Ho fatto un’ottima prova, certo: arrivare quarta con lo stesso punteggio di chi ha vinto il bronzo è stata una grossa fregatura. A Rio mi mancava la preparazione ed ero stanca».

13 marzo 2021: si giocherà il tutto per tutto per Tokyo contro la sua amica e compagna di squadra Lara Mori. Ci pensa?

«Ci penso, certo. Ma la cosa più importante è mantenere la condizione fisica senza strafare. Devo gestirmi. Non posso spingere troppo ora. Devo tenermi in forma senza esagerare per non correre il rischio di infortuni. Le Olimpiadi sono il mio obiettivo per questo devo arrivare a marzo preparata e pronta per centrare la qualificazione».

Come si fa a mantenere l’elasticità a 30 anni?

«Credo che quello che ho seminato da giovane mi consente ora di vivere ma un po’ più tranquilla».

Ci spieghi.

«Credo che l’allenamento impostato quando ero molto piccola e quindi il bagaglio tecnico mi consenta oggi di allenarmi un po’ meno e quindi di poter resistere più a lungo nel tempo».

Perché una bambina dovrebbe scegliere la ginnastica?

«Perché è uno sport che ti entra dentro. È uno stile di vita che ti insegna ad accettare i sacrifici».

E a lei cosa ha insegnato in particolare?

«Mi ha insegnato ad essere “quadrata”, a dare le giuste priorità alle cose. Per esempio so che se c’è una gara devo adottare uno stile alimentare rigido, altrimenti posso concedermi un po’ più di libertà nella dieta come nelle uscite serali. Ma occorrono serietà e impegno per ottenere risultati».

Come è la vita di Vanessa Ferrari?

«La mattina è dedicata sempre agli allenamenti, il pomeriggio ci sono le terapie. Ovviamente i carichi di lavoro cambiano a seconda dei periodi. Mi piace stare casa con i miei due cani. Uscire con i miei fratelli, gli amici, il mio ragazzo».

Quanto ha contato il rapporto con Enrico Casella?

«Molto importante. Perché se si lavora in sinergia si riesce a programmare e saper programmare è importante anche per resistere al tempo che passa».

Lei è tesserata per l’Esercito.

«Per me far parte del gruppo sportivo dell’esercito è un onore e mi ha dato la possibilità di diventare quella che sono. È solo grazie a questa appartenenza che posso allenarmi in tranquillità per raggiungere i miei obiettivi».

Senza Vanessa Ferrari la ginnastica sarebbe diventata così popolare?

«Penso che con la vittoria al Mondiale ci sia stato un boom che è ha suscitato grande interesse. Forse sarebbe accaduto lo stesso ma ci sarebbe voluto più tempo».

Dopo Tokyo dirà basta davvero?

«Non so cosa accadrà dopo e nemmeno prima, ma sono certa di una cosa: ora il mio obiettivo è andare alle Olimpiadi. Poi vedremo».

 

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