Giovedì 26 Marzo 2026 | 10:09

Il confine invisibile tra chi sente e chi resta inascoltato: «Sorda», quel silenzio che fa rumore

Il confine invisibile tra chi sente e chi resta inascoltato: «Sorda», quel silenzio che fa rumore

Il confine invisibile tra chi sente e chi resta inascoltato: «Sorda», quel silenzio che fa rumore

 
Rossella Cea

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Rossella Cea

 Il confine invisibile tra chi sente e chi resta inascoltato: «Sorda», quel silenzio che fa rumore

Il film di Eva Libertad García, in concorso al Bif&st, racconta la maternità e l’identità attraverso il conflitto tra mondi sonori e non, mettendo in scena, senza retorica, la complessità delle relazioni umane

Giovedì 26 Marzo 2026, 08:16

Se «il silenzio è il linguaggio di Dio», come diceva Rumi, tutto il resto ne è una cattiva traduzione. Quel sistema complesso di segni e codici che veicolano significati e producono senso, e la loro interazione tra dimensione sonora, visiva e narrativa, costituiscono il valore aggiunto del film Sorda, presentato al Bif&st 2026 e in concorso per la sezione Meridiana. Al Festival di Berlino 2025 l'opera, diretta da Eva Libertad García, ha ricevuto il Premio del Pubblico nella sezione Panorama. Riconoscimento che sottolinea l'equilibrio con cui il film affronta la complessità delle relazioni umane, senza la tentazione di scadere in quel facile pietismo da consenso forzato, né di scaricare colpe su nessuna delle parti presa in esame. Prodotto da Distinto Films, Nexus CreaFilms e A Contracorriente Films, il film si distingue per la sua capacità di gestire dinamiche complesse, tra personale e sociale, in un racconto intimo che si fa semanticamente universale.

Protagonista è Ángela (interpretata da Miriam Garlo), una donna sorda che affronta l'esperienza della maternità in un mondo dominato prevalentemente da persone udenti. Al suo fianco c'è Héctor (Álvaro Cervantes), il compagno che, come la stessa regista racconta, è una sua trasposizione autobiografica. La loro vita di coppia, costruita su equilibri complessi, viene messa alla prova dopo la nascita di una figlia, portando alla luce la difficoltà di riuscire ad integrarsi ognuno nel mondo dell'altro, tra differenze, paure e incomprensioni. Ángela si trova a dover fronteggiare non solo le sfide quotidiane della maternità, ma anche il senso di impotenza ed esclusione che scaturisce dal confronto costante con una società profondamente lontana dal comprendere le necessità di chi non ci sente. Considerando anche che sua figlia ci sente. Pertanto la bambina viene inizialmente attratta dall'universo paterno, acuendo il senso di frustrazione della madre.

La caratterizzazione del personaggio si discosta pienamente dai cliché legati a questo genere, rappresentando, nella sua semplicità, tutte le sfaccettature di una donna fragile ma nello stesso tempo desiderosa di affrontare sfide, alle prese con contraddizioni interiori, amore e dilemmi esistenziali legati alla sua condizione. Interessante anche l'analisi degli aspetti che riguardano il rapporto tra la protagonista e i suoi genitori, Elvira e Fede, che pur desiderando il meglio per la propria figlia, non riescono a decifrare completamente il suo modo di relazionarsi al mondo. Esempio emblematico di quanto la comunicazione sia spesso un ostacolo che separa i membri di una stessa famiglia. «Questo film non intende configurarsi come una tesi sulla sordità, ma come un ritratto intimo di una donna che affronta le sfide della vita con determinazione, amore e accettando, perché no, anche la sua vulnerabilità», ha dichiarato Libertad García, che per la realizzazione dell’opera ha attinto alla propria esperienza familiare e ad interviste condotte con donne sorde. La Lingua dei Segni Spagnola (LSE) non è solo un mezzo espressivo, ma diventa un simbolo degli ostacoli, ma anche dell'amore in grado di creare ponti tra mondi diversi.

In questo contesto, la bambina di Ángela e Héctor rappresenta, alla fine del film, la speranza che quell'unione tra due universi che troppo spesso si ignorano reciprocamente, possa esistere. Degna di nota la fotografia, curata da Gina Ferrer García, che utilizza il formato flat 5:3, per creare un senso di profondità claustrofobico, che riflette la condizione di Ángela, troppo spesso confinata in un mondo che non la comprende. Molto intensa e rappresentativa in tal senso la scena del parto. Importante anche l'aspetto legato al suono, curato da Urko Garai ed Enrique G. Bermejo, che gioca un ruolo fondamentale nella comprensione artistica d'insieme: la percezione ovattata di passaggio tra silenzio e suoni, fa comprendere allo spettatore cosa significhi vivere nella condizione della protagonista. Il contrasto tra i forti rumori di sottofondo e il silenzio interiore della protagonista conferiscono spessore sinestetico alla storia.L’uso del silenzio, dei piani fissi e dei gesti come linguaggio narrativo, fanno di questo lavoro non solo un film sulla sordità, ma sulla comunicazione in toto, sulla sua valenza profonda e sui suoi limiti da superare, sulla struttura narrativa e formale come analisi di un linguaggio cinematografico che si fa veicolo di riflessioni autentiche.

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