Esiste anche un’Italia che si misura in chilometri di silenzio, in paesi che resistono alla sottrazione lenta di abitanti, servizi, futuro. È l’Italia delle aree interne, margine geografico e insieme centro simbolico di una crisi che è demografica, economica, ma soprattutto culturale. In questo spazio fragile e ostinato si inserisce Ritorno al tratturo, il documentario di Francesco Cordio presentato ieri, lunedì 23 marzo, al Multicinema Galleria in anteprima per il BIF&ST - Bari International Film & TV Festival, nella sezione dedicata al cinema italiano. Un’opera che sceglie il passo lento della transumanza per interrogare il presente: non nostalgia, ma una forma alternativa di contemporaneità.
Girato in Molise, tra Isernia e Campobasso, il film segue il cammino di Elio Germano, qui narratore e testimone, affiancato dall’autore e ricercatore Filippo Tantillo. Il tratturo – antica infrastruttura erbosa che per secoli ha connesso l’Europa al Mediterraneo – diventa dispositivo narrativo e politico: una linea che unisce storie, economie minori, comunità resilienti. Cordio costruisce così un racconto corale che sottrae questi territori alla retorica dell’abbandono per restituirli come laboratorio di possibilità, dove i 13 milioni di italiani che abitano il 60% del Paese tornano visibili.
Nel film, il ritmo della transumanza non è tradotto in lentezza estetica: Francesco Cordio spiega che sarebbe stata la trappola più facile e sbagliata, perché i protagonisti non vivono in un paesaggio contemplativo. Valerio si alza alle quattro, accende un fornello e aspetta l’acqua da dieci anni; la lentezza del tratturo misura un conflitto, non pace. Il montaggio di Gemma Barbieri e le grafiche di Gianni Caratelli, aggiunge il regista, mantengono viva la narrazione e impediscono all’elegia di insinuarsi. Il tratturo non rallenta lo sguardo, ma propone una misura diversa per osservare: scelta politica prima che estetica, il documentario riconosce le interferenze e continua nel fango.
Il ritmo della transumanza non è stato tradotto in lentezza estetica: Cordio chiarisce che sarebbe stata la trappola più facile e sbagliata, perché i protagonisti non vivono in un paesaggio contemplativo. Valerio si alza alle quattro e aspetta l’acqua da dieci anni; la lentezza del tratturo misura un conflitto, non pace. Montaggio e grafiche di Barbieri e Caratelli mantengono viva la narrazione, impedendo all’elegia di insinuarsi. Il tratturo non rallenta lo sguardo, ma propone una misura diversa per osservare: scelta politica prima che estetica, il documentario riconosce le interferenze della comunicazione edulcorata e prosegue nel fango.
Filippo Tantillo, autore del film, racconta come il lavoro sul campo nelle aree interne si sia trasformato da analisi a narrazione condivisa con le comunità: immergersi nei luoghi ha mostrato che la marginalità non è destino, ma scelta politica, e che economie sostenibili e comunità di cura non appartengono al passato, ma rappresentano una promessa di futuro da far conoscere anche in città. Sulle politiche pubbliche, dai fondi europei al PNRR, spiega come il film denunci l’incapacità – e la scelta politica – di agire profondamente su questi territori: luoghi trattati non come spazi da sognare, ma solo da «bisognare».
















