Un esempio semplice: una tonnellata di bitume prima dell’attacco americano all’Iran costava 400 euro. Ora ne costa 700. «Parliamo di un rincaro del 75%», analizza Nicola Bonerba, presidente dell’Ance (i costruttori edili) di Bari e Bat.
Gli effetti economici di una guerra lontana sono tutti sulla nostra pelle. Perché continuano a schizzare i prezzi di tutti i prodotti riconducibili al petrolio, non solo il carburante quindi, ma anche il bitume, residuo finale della lavorazione del greggio, oppure i poliuretani che in edilizia vengono utilizzati come isolamento termico. Poi ci sono gli aumenti del rame (+40%) e dell’alluminio (+20%). L’elenco sarebbe lungo e avvilente. Ed ecco perché l’inquietudine si è diffusa anche tra gli imprenditori edili baresi. C’è poi una riflessione che riguarda tutti noi direttamente: alle estreme conseguenze, la spirale dei rincari potrebbe riverberarsi sui tanti cantieri aperti a Bari, e com’è noto in questa fase sono oltre un centinaio.
Bonerba, è preoccupato?
«Alcuni stabilimenti stanno cominciando seriamente a pensare di spegnere gli impianti».
E a Bari quali potrebbero essere i cantieri immediatamente investiti da questa crisi?
«I lavori per la realizzazione del Brt, ad esempio. Siamo alle battute finali e c’è bisogno di tanto asfalto. Ma penso anche a Costa Sud, a tutti i cantieri dove massicciamente servono prodotti derivati dal petrolio, il bitume certo, ma anche materiale elettrico, che ha avuto un aumento del +15%».
Quali sono le conseguenze che più agitano l’Ance?
«Almeno due: gli effetti speculativi e il rallentamento dei tempi».
Andiamo con calma. Ci sono speculazioni in atto?
«Alcuni fornitori potrebbero approfittare della situazione e aumentare i prezzi ben più del dovuto».
Sta accadendo? Anche a Bari?
«Beh, qualche giorno fa un nostro imprenditore sosteneva di essere costretto ad aumentare i prezzi per fronteggiare l'aumento dei carburanti e io gli ho risposto: non mi prendere in giro, tu sei autosufficiente sul fronte energetico».
Il tema dei costi altissimi dell’energia d’altronde ce lo portiamo in dote almeno dai tempi del Covid.
«Sì, ce lo stiamo trascinando da anni e l’effetto distorto è che ormai gli aumenti li stiamo metabolizzando».
C’è poi un secondo problema, diceva, e cioè la dilatazione dei dei tempi, ogni cronoprogramma potrebbe saltare?
«È evidente: alcune imprese non riusciranno a tenere il timing imposto dal Pnrr».
Luglio 2026.
«Esatto. Non è pensabile. dobbiamo essere realisti. Il rischio è uno stallo».
Quindi?
«Noi speriamo in un emendamento a livello nazionale. Bisogna far sentire la nostra voce in Europa per far capire che luglio 2026 è un termine ormai improponibile. Una proroga è necessaria».
«Proroga» però è un termine al quale Bruxelles è allergica...
«Lo sappiamo bene, ma la situazione che stiamo vivendo è assolutamente straordinaria. Non siamo davanti a quella che qualcuno potrebbe chiamare la solita “furbata italiana”, dovrebbero comprenderlo anche i burocrati in Europa. Stiamo scontando gli effetti di una guerra».
Cosa potrebbe fare invece la pubblica amministrazione?
«Deve trovare una strada. Alle estreme conseguenze si potrebbe perfino prendere in considerazione l’eventualità di sospendere i cantieri, ma certo le aziende vanno aiutate».
Lei più volte ha ripetuto che anche l’incertezza è un costo.
«Ed è esattamente così anche questa volta. Sulla lunga, la revisione prezzi che le aziende dovranno presentare potrebbero portare a contenziosi con i diversi RUP (Responsabile unico del progetto, ndr), con tutto quel corollario di burocrazia che purtroppo ben conosciamo».
















