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ROMA, SUD

L’incrocio di via Fani e la memoria di Aldo Moro

L’incrocio di via Fani e la memoria di Aldo Moro

Aldo Moro

Quarantaquattro anni fa, l’Italia viveva collettivamente la crisi politica più grave della sua giovane storia repubblicana

23 Marzo 2022

Liborio Conca

Da poco trentenne, in questi giorni di marzo, quarantaquattro anni fa, la repubblica italiana viveva collettivamente la crisi politica più grave della sua ancora giovane storia. D’altro canto, un uomo solo era precipitato all’improvviso in un tunnel dal quale non avrebbe più rivisto la luce. Il 16 marzo 1978 un commando di brigatisti rossi aveva sequestrato il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, assassinando i cinque membri della scorta. Dalla cosiddetta prigione del popolo in via Montalcini, alla Portuense, un alloggio nascosto nell’infinito intrico metropolitano di Roma, iniziarono a fioccare lettere, biglietti e messaggi del prigioniero. A nulla valsero i tentativi, più o meno convinti, di ottenerne la liberazione: le Brigate rosse uccisero infine Moro, assumendosi l’intera responsabilità dell’omicidio. Mi è capitato, sì, di passare all’incrocio tra via Fani e via Stresa, esattamente come è capitato in tutti questi anni a migliaia di persone, nel trafficato quartiere della Camilluccia, quadrante Nord della città.
Una lapide ricorda cosa è successo, i nomi dei caduti Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Ancora più spesso mi è capitato di passare nella centralissima via Michelangelo Caetani, alle spalle di largo di Torre Argentina, nelle vicinanze del ghetto ebraico: lì, in una «Renault 4» rossa, venne abbandonato il cadavere di Moro, ostentando la posizione equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc, a piazza del Gesù.
Anche qui, una lapide, con l’effigie del volto in bassorilievo di Moro, di fronte al bellissimo Palazzo Mattei di Giove, dove hanno sede il Centro studi americani e la Biblioteca di storia contemporanea. Fu il professor Franco Tritto, assistente e collaboratore storico di Moro, a prendere la telefonata del brigatista Valerio Morucci che annunciava «l’esecuzione della sentenza», dando le indicazioni su dove fosse il corpo dello statista. Pugliese come il suo mentore, per Tritto fu un dolore indicibile.

La registrazione della telefonata mostra ancora oggi la voce che si rompe in un pianto. «Non avrei mai immaginato, neppure per un solo istante, che la primavera da me prediletta […] sarebbe divenuta, nel momento più bello della mia vita, la stagione del dolore e della sofferenza», scrisse dopo. Molte targhe, diverse intitolazioni, tantissime vie in tutta Italia sono state dedicate a Moro: un tributo, certamente, e forse, chissà, qualcosa che somiglia a una forma di richiesta di perdono per il sacrificio. Nella natia Maglie, una statua è stata posta nella piazzetta adiacente alla casa di famiglia. L’Università di Bari, dove si era laureato negli anni Trenta e dove insegnò a lungo, porta dal 2008 il suo nome; così come il piazzale d’ingresso dell’altra grande università dove ha insegnato, La Sapienza di Roma. Ci era arrivato nel 1963, proprio da Bari, nello stesso anno in cui formò il suo primo governo. Sulla macchina insanguinata in via Fani giacevano le tesi dei suoi studenti.

Durante il sequestro fu deciso di far passare l’immagine di un Aldo Moro sotto il completo giogo dei propri aguzzini, privo di controllo, addirittura pazzo; vennero scomodate perizie grafologiche, sedute di psicanalisi a distanza, esperti strateghi. Da qualche anno Fabrizio Gifuni porta a teatro un’intensa e bellissima lettura dei messaggi che Moro scrisse in via Montalcini. Ma chiunque abbia letto l’epistolario dalla prigione, o il cosiddetto memoriale – la trascrizione degli «interrogatori» a cui Moro fu sottoposto dai suoi carcerieri – può capire come la «follia» di Moro non fosse vera ieri, e non è ancor più vera oggi. «Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo», scrisse in uno degli ultimi biglietti indirizzati alla moglie Eleonora. Non ci fu luce, e resta solo l’immagine onirica che ci ha regalato Marco Bellocchio alla fine del film Buongiorno, notte, l’uomo liberato dal carcere, in un’alba grigia e piovosa, fuori dal covo di via Montalcini, sotto le note di Shine on you Crazy Diamond.

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