Lunedì 02 Marzo 2026 | 15:36

La guerra a pezzi e il consenso interno: Trump alza il tiro

La guerra a pezzi e il consenso interno: Trump alza il tiro

La guerra a pezzi e il consenso interno: Trump alza il tiro

 
La guerra a pezzi e il consenso interno: Trump alza il tiro

Nulla succede per caso. Sicché spesso, i potenti della Terra, dietro apparenti ragioni di principio, come la difesa dei diritti e delle libertà dei deboli, celano i loro interessi

Lunedì 02 Marzo 2026, 12:45

Nulla succede per caso. Sicché spesso, i potenti della Terra, dietro apparenti ragioni di principio, come la difesa dei diritti e delle libertà dei deboli, celano i loro interessi.

Il paradosso vale anche per l’ultimo focolaio che si è riacceso nella terza guerra mondiale a pezzi. Lo scenario consueto vede la decapitazione di un regime sanguinario e l’annientamento di guide supreme, come Ali Khamenei, ma allo stesso tempo registra il ritorno dei rituali di conflitti e distruzioni di vittime innocenti, mentre i leader si guardano dai pericoli e perseguono i loro fini di realpolitk.

Nulla succede per caso, ripetiamo. È vero, infatti, che Donald Trump aveva più volte minacciato di voler sterminare i guardiani di ogni rivoluzione che non fosse la sua. Ma è altrettanto vero che l’operazione viene sferrata nell’area del Golfo dopo il giro di boa storico, i quattro anni del conflitto ucraino-russo, che vede il pragmatico presidente abilmente invischiato nell’attendismo dei cinesi e nell’immobilismo bizantino di Putin. Il quale, per il suo verso, fino a oggi è riuscito a non schiodarsi dalle sue pretese territoriali e a non farsi intimidire dell’altissimo prezzo in vite pagato dal suo popolo ma anche dagli Ucraini.

Il presidente che si vanta di aver bloccato tante guerre in realtà pronuncia il suo discorso, uno dei più duri della sua seconda presidenza, in una congiuntura interna non favorevole e all’indomani di altre vicende cruciali.

L’affare Epstein, ormai, anche grazie ai documenti resi noti dal dipartimento di Giustizia, è diventata una indagine pubblica, alimentando domande sui legami tra Epstein e personaggi della politica e della finanza internazionale più che sui particolari dei festini. Dove cioè le nefandezze e le bugie appaiono ormai intollerabili anche agli amici dei potenti di turno. Tanto da indurre Hillary Clinton a chiedere che venga interrogato proprio lui, Trump. L’ex presidente, Bill Clinton, intanto, dà man forte alla moglie, respinge da sé qualsiasi illecito e minimizza i suoi rapporti con Epstein, nonostante confermi di aver viaggiato sul suo jet più di una decina di volte, il che non implica necessariamente una responsabilità diretta.

Donald deve ancora sbrogliare un altro inciampo come la questione dei dazi, sui quali si è aperto un conflitto con la Corte Suprema, che non esita a definirla «giudici folli, influenzati da interessi stranieri».

Ebbene, la congiuntura mondiale è delle più precarie, ma, come spesso accade nelle vite dei potenti, quando le cose non funzionano, soprattutto quando la popolarità scende, una delle armi più usate è quella del dirottamento, della distrazione, della conversione del dibattito – o dei sospetti o delle lagnanze – su altri scenari. Le masse si distraggono e si inebriano facilmente ed è pericolosa un’opinione pubblica stanca di atteggiamenti mendaci o di figure che hanno mostrato senso dello Stato nel farsi sorprendere in mutande con il rattoppo delle bugie.

E gli scenari più controllabili e malleabili, soprattutto quando si è una potenza universale e si combatte una guerra mondiale a pezzi, sono proprio quelli dei rapporti tra i grandi, le scaramucce e le strategie della geopolitica, che investono la diplomazia, un campo facilmente governabile, o meglio governabile con astuzie e dialettica rispetto alle miserie della politica interna.

Può sembrare strano ma probabilmente la gente comune, che sbarca giorno per giorno il lunario, sembra attratta più dalle vicende che si traguardano osservando il buco della serratura della camera da letto che da quelle che offrono uno spettacolo di grandezza e di (im)potenza.

E che cosa ha fatto allora Trump? Ha vestito gli abiti del grande condottiero ed è sceso in campo per difendere gli americani dalle minacce iraniane e per offrire una (pesante) mano agli iraniani al fine di liberarsi del loro capo supremo, amato/odiato.

Trump puntella le colonne oltre le quali non potrà passare l’Iran e i suoi alleati: il terrorismo e il nucleare, un monito per i popoli della terra. Abbiamo cercato un accordo, ma la misura è colma, dice il presidente nel suo discorso. Dove tornano alla memoria non solo gli attentati che hanno colpito soldati americani e nazioni alleate ma anche l’ecatombe che il regime degli ayatollah ha operato per reprimere ogni anelito di libertà.

Non potrà più accadere, ripete più volte Trump, chiedendo al popolo iraniano di non perdere l’occasione storica di insorgere e di deporre le armi. Parola del presidente degli Stati Uniti.

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