Domenica 01 Marzo 2026 | 13:04

Energia, lo scorporo Ets dal gas non basta: l’Italia deve correre verso il mix rinnovabili-nucleare

Energia, lo scorporo Ets dal gas non basta: l’Italia deve correre verso il mix rinnovabili-nucleare

Energia, lo scorporo Ets dal gas non basta: l’Italia deve correre verso il mix rinnovabili-nucleare

 
Paolo Formica

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Paolo Formica

Energia, lo scorporo Ets dal gas non basta: l’Italia deve correre verso il mix rinnovabili-nucleare

Il buon mix energetico del futuro avrà bisogno di gas, nucleare e rinnovabili; nessuna esclusa. Ciò che farà la differenza è il peso che ognuna di queste avrà e il suo ruolo all’interno del mix

Domenica 01 Marzo 2026, 11:00

Nei giorni scorsi abbiamo provato a spiegare come, a differenza di ció che succede in altri Paesi europei, si cerca di abbassare il prezzo dell'energia elettrica intervenendo sul prezzo del gas piuttosto che promuovendo politiche che aiutino lo sviluppo delle altre fonti energetiche. Che il consumo di energia elettrica nei prossimi anni aumenterà e anche di molto, infatti, è uno dei pochi elementi sul futuro che nessuno contesta. In Europa non certo per crescita demografica ma per crescita economica (probabilmente poca) e auto elettriche, pompe di calore e data center, solo per citarne alcuni. Per questo, a dispetto delle tifoserie che spesso accompagnano le diverse fonti, il buon mix energetico del futuro avrà bisogno di gas, nucleare e rinnovabili; nessuna esclusa. Ciò che farà la differenza è il peso che ognuna di queste avrà e il suo ruolo all’interno del mix.

Proviamo a sintetizzare per sommi capi vantaggi e svantaggi di ognuna. Il gas inquina (ma tra le fonti fossili è quello che emette meno CO2) e trovarlo, estrarlo, trasportarlo e, in alcuni casi, liquefarlo e rigassificarlo, richiede impegno di capitali e, quindi, ha una struttura di costo alta. Dall’altra parte, però, è flessibile e risponde prontamente alla domanda (si accende e si spegne a seconda delle esigenze). Quindi: il gas è la migliore fonte per tutti i consumi che non possono essere elettrificati o per cui non vi è convenienza economica a farlo ed è utile per adattare l’offerta alla domanda elettrica. Il nucleare è pulito e sicuro. In Italia, per usare un eufemismo, soffre di storica e poco giustificata cattiva pubblicità. Ciò che e vero è che, per ragioni tecniche ed economiche, una centrale nucleare serve per fornire lo zoccolo base della domanda. Quindi ha senso avere nel mix centrali nucleari che producono 24 ore, 7 giorni alla settimana e, in questo senso, per essere certi che ciò succeda, puntino a soddisfare il 10-20% della domanda elettrica. Le rinnovabili, infine, sono pulite ed economicamente (molto) competitive. Hanno il limite che sole e vento ci sono quando natura vuole e ciò non necessariamente coincide con quando cuciniamo o abbiamo bisogno di aria condizionata. Per questo alle rinnovabili occorre associare delle forme di stoccaggio tipo batterie. Si aumenta il costo ma si è sempre in area di vantaggio economico.

Se queste sono le premesse, non è una sorpresa se gran parte dei Paesi industriali, europei e non (per certi versi, Cina inclusa), si organizzano per avere una quota del 15% circa di nucleare, cercano di accelerare sulla costruzione di impianti eolici e fotovoltaici e pianificano la sostituzione del carbone con il gas. In Italia, a parte l’avvenuta e benemerita sostituzione del carbone con il gas, sul resto si è fermi alla casella zero (nucleare) o si procede molto più lentamente e con grandi difficoltà (costruzione di impianti rinnovabili). Lasciando da parte il nucleare che è diventato, credo caso unico nel mondo, un tema ideologico, perché è così difficile autorizzare la costruzione di impianti rinnovabili che sono fonti di energia pulite e convenienti? Evidentemente far crescere l’economia e far bene all’ambiente non basta. Perché? Sembrerebbe che il vero svantaggio competitivo dell’Italia è che è troppo bella e ha troppe bellezze che verrebbero irrimediabilmente e in maniera non sostenibile deturpate dagli impianti rinnovabili.

Intendiamoci, impianti solari e soprattutto eolici sono oggettivamente invasivi per il paesaggio. Ma siamo sicuri che il bene paesaggio debba sempre e in ogni caso prevalere? A questa domanda dovrebbe rispondere la buona politica. Credo che non vi sia provincia italiana che non vanti percorsi eno-gastronomici fatti per attrarre turisti o regioni che abbiano siti caratteristici della propria cultura e non vi è dubbio che pale eoliche e pannelli solari nelle vicinanze non ne migliorerebbero l’aspetto ed il piacere del visitatore verrebbe compromesso. La giusta ponderazione degli interessi è scelta politica ed è compito di una classe dirigente essere in grado di compiere la scelta e di assumersene la responsabilità. La verità è che tutti sono a favore delle rinnovabili ma pochi sono felici di averle vicino casa (Not In My Back Yard). Per questo autorizzare un impianto rinnovabile sicuramente aiuta a ridurre il costo dell’energia ma altrettanto sicuramente fa perdere voti. Su questo da anni sono impantanati molti progetti e spesso si sbloccano solo attraverso la funzione supplettiva della giustizia amministrativa che riesce così a deresponsabilizzare l’amministrazione competente e quindi la politica. Naturalmente, anche questo ha un costo.

Per cominciare a risolvere il problema la politica dovrebbe avere il coraggio di prendere due iniziative. La prima è di aprire un vero dibattito pubblico sui costi che i «no» a prescindere comportano e sul fatto che la gestione del bene pubblico ha comunque un costo: fino a che punto il Paese può perdere competitività e, quindi, ricchezza, posti di lavoro, margini fiscali necessari per investire in sanità o sicurezza per tutelare il paesaggio? Viene prima la pala o il percorso eno-gastronomico? Certo è una strada difficile, lunga e che rischia di far perdere voti. L’alternativa è che le scelte si fanno ugualmente, in maniera inconsapevole, senza conoscere il prezzo ma, con ogni probabilità, pagando un conto molto salato che lasceremo ai nostri figli.

La seconda è riconoscere che comunque gli impianti rinnovabili destinati alla produzione elettrica (non si parla dei pannelli sui tetti) consumano territorio. Vento e sole in Italia sono soprattutto nelle regioni meridionali. È nell’interesse nazionale, tra cui quello delle industrie o dei costruendi data center del nord, svilupparle. I promotori privati degli impianti contribuiscono pagando gli oneri di compensazione. Ma è così irragionevole pensare a trasferimenti di poste in bilancio dalle regioni che installano meno capacità rinnovabile pro capita a quelle che ne installano di più? Non sarebbe un bodo per facilitare l’accettabilità dell’onere sul territorio e , quindi, ridurre il prezzo politico?

La sicurezza e la sostenibilità economica e ambientale dell’assetto energetico di un Paese richiede scelte chiare da parte della politica e di lungo periodo. Per questo spesso, altrove, sono scelte frutto di un dibattito pubblico ampio e sono condivise da maggioranza e opposizione.

Ogni scorciatoia si è rivelata inutile e spesso dannosa. Se il Governo crede davvero di risolvere l’equazione sterilizzando dal prezzo del gas il costo degli ETS temo si illuda. A meno che, bocciata la misura dall’Unione Europea perché in forte odore di aiuto di Stato, si possa dire che le soluzioni erano state messe in campo e la colpa è dell’Europa, brutta e cattiva. Non proprio l’avvio di quel dibattito pubblico aperto e trasparente che sarebbe necessario.

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