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In Puglia e Basilicata

IL COMMENTO

Dalla resilienza alla vera rinascita: dov'è finita la Basilicata?

Dalla resilienza alla vera rinascita: dov'è finita la Basilicata?

La luce «fioca» sui Sassi di Matera

Non solo gli operatori non pungolano più il potere e rinunciano a relazioni e scambi per tuffarsi nel mainstream, anche l’abitante culturale si è trasformato nell’uomo che sussurra ai taralli

17 Luglio 2022

Mariateresa Cascino

La Fura dels Baus, Bruce Sterling, Pete Tidemann, il ministero dello Sviluppo Economico, le politiche pubbliche costruite e attuate insieme a grandi manager culturali e agli operatori lucani. E poi i centri per la creatività, gli scambi internazionali, i contenuti prima dei contenitori, la sostenibilità, le produzioni culturali, l’investimento sui neuroni: correva l’anno 2008 mentre, con il progetto regionale Visioni Urbane, per chi lo ricorderà, l’embrione di Matera 2019 si formava e si sperimentavano policy pubbliche inedite, con nuovi paradigmi di comunicazione, fecondi, nutrienti, corali, belli, piene di sfide ma anche di errori, di sogni, di speranza e di rinascita.

Oggi, il presente e il vuoto degli annunci sulle finte visioni organiche e olistiche con cui si intendono governare sistemi e processi politici, culturali, sociali e urbani complessi non offre strumenti per produrre contenuti di valore, mentre ci affezioniamo a parole come resilienza. Responsabile dell’adattamento all’involuzione in cui siamo cascati, essa dà la capacità di sopravvivere a traumi, crisi e rovesci senza soccombere, semplicemente ripristinando l’equilibrio per tornare ad essere come eravamo. Mentre già si era sperimentata la possibilità di fare un reset totale, ci eravamo già trasformati, si era scoperta la rinascita, si erano anticipati i tempi, preannunciando eventi, co creazioni e laboratori di varia umanità, liberando nuovo potenziale inespresso imprigionato nei meandri del provincialismo, senza accorgercene la resilienza divenuta addirittura strategia pubblica, ci ha pervaso dall’economia alla cultura facendoci accomodare sul suo materasso a molle, comodo e pericoloso. Oggi, resilienti, abbiamo dimenticato la trasformazione avvenuta e accettiamo che ci parlino di materanità come valore universale, di contenitori culturali privi di contenuti, di mattoni invece di neuroni, di poltrone invece che di ruoli strategici. Non solo gli operatori culturali non pungolano più il potere e rinunciano a relazioni e scambi per tuffarsi nella salsa del mainstream dello spettacolo, anche l’abitante culturale si è trasformato nell’uomo che sussurra ai taralli. Così, cavalcando trionfalmente la resilienza, sembra di tornare laddove si era già stati invece di voler continuare a nascere ancora.

Meno male che il cinema ci salva, non è un caso, forse, che la Gerusalemme del Sud Italia abbia più volte visto Gesù Cristo nascere, morire e risorgere proprio qui. Allora che sia di buon auspicio per rinascere ancora.

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