Domenica 30 Novembre 2025 | 14:40

Quelle liturgie meridionali che fanno fuggire i giovani

Quelle liturgie meridionali che fanno fuggire i giovani

 
Mariateresa Cascino

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Mariateresa Cascino

Quelle liturgie meridionali che fanno fuggire i giovani

Matera e l’agenda dello sviluppo che non c’è

Domenica 30 Novembre 2025, 12:35

Gap infrastrutturali. Agenda di priorità. Futuro da consegnare alle nuove generazioni. Capitale umano. Sintonia istituzionale. Alleanze strategiche. A Matera, città laboratorio che da periferia tragica ha vissuto il suo miracolo di rinascita, si levano in continuazione parole simboliche. Dalla questione alla rivoluzione meridionale, nei convegni e nei simposi risuonano ricette salvifiche e formule magiche. Sogni, resilienza, riscatto, rilancio, sviluppo, rinascita, futuro, coesione, democrazia partecipata, giovani, transizione. Parole vecchie e nuove, figlie di una retorica meridionale senza scadenza.Dal mondo dell’industria al mercato della politica, dallo spazio rurale al favoloso scenario culturale, in questa città di luce e pietra, si vengono a predicare i vangeli della post rinascita.

Da trend topic a puri esercizi di stile, sono 40 anni che questi appelli riturali assumono tutte le sembianze di predicozzi moraleggianti e paternalistici, fatti soprattutto da uomini.Tra le tante, risuonano come preghiere frasi tipo: “l’obiettivo dello sviluppo non può essere solo economico o infrastrutturale — serve una visione integrata: cultura, identità, partecipazione, coesione, ambiente, patrimonio, lavoro, innovazione”. Segue: “la valorizzazione delle specificità territoriali deve essere concepita come risorsa, non come stigma. Gli interventi pubblici devono essere strutturati e duraturi, non palliativi temporanei: ci vogliono politiche regionali e locali solide, con programmazione, risorse, monitoraggio; evitare clientelismi e favoritismi”. Quest’ultimo predicozzo è il più fantasmagorico evergreen acchiappa applausi e pure like: “bisogna investire in capitale umano e intellettuale locale — formazione, competenze, per accelerare la crescita. Occorre una classe dirigente formata e con alto profilo adeguata alle sfide che ci attendono”.

A guardarsi intorno basterebbe avere più coraggio e smettere di praticare l’istinto di autoconservazione cooptando faccendieri “yes man”, dirigenti e politicanti di stampo novecentesco “so tutto io”, o di posizionare amici, cognati, cugini, fratelli e amanti in posti di potere. Tornano alla mente le parole del sociologo a stelle e strisce Banfield, e il suo familismo amorale che ancora ci attanaglia. Ieri come oggi, non è il merito a selezionare la migliore classe dirigente, è la fedeltà, debolezza culturale che diviene nanismo economico. Infatti, dopo 40 anni, siamo ancora qui a sentir parlare di gap infrastrutturali, agenda di priorità, sintonia istituzionale, alleanze strategiche per sopravvivere al declino. Il rischio è che alle nuove generazioni più che il futuro, consegneremo liturgie meridionali e infrastrutture per continuare a fuggire.

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