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«La canapa salverà la terra tarantina» Assessore: così si bonifica

«La canapa salverà la terra tarantina» Assessore: così si bonifica
di FULVIO COLUCCI
TARANTO - «Sia maledetta la politica. Ha distrutto Taranto». Angelo Fornaro, settant’anni, lancia il suo anatema sotto il cielo basso, tra zolle di terra devastate dall'inquinamento. Nella masseria hanno dovuto abbattere tutte le loro pecore contaminate dalla diossina, oggi ricominciamo piantando canapa. Il progetto è scritto da Canapuglia e dalle risorse regionali ottenute con il bando «Principi attivi»

06 Aprile 2014

di FULVIO COLUCCI

«Sia maledetta la politica. Ha distrutto Taranto». Angelo Fornaro, settant’anni, lancia il suo anatema sotto il cielo basso, tra zolle di terra mature come un frutto appena sbucciato, dall’aratro e dalla pioggia. Terra assediata dalle eterne contraddizioni: l’Ilva avvelenatrice a uno sputo; gli ulivi superstiti della mattanza che spianò, negli anni ‘60, la strada allo «sviluppo »; il quartiere operaio, Paolo VI, con i suoi silenzi e i suoi dolori; l’Ospedale Nord, l’ospedale dei bambini e dei lavoratori ammalati di tumore; le gru della speculazione edilizia, l’eterno assalto divoratore alle virtù cantate da Virgilio e Orazio. Angelo guarda con tenerezza la nipote Vittoria gettare i semi di canapa nel terreno bagnato e con un ferro di cavallo disegna arabeschi portafortuna tra le gocce lievi e insidiose che scendono nel sabato mattina.

Dalla masseria, dove la diossina costrinse ad abbattere centinaia di pecore contaminate, sul finire del 2008, sale un suono di cornamusa e intona la colonna sonora dell’«Ultimo dei Mohicani», preghiera in musica per la terra sulla quale si abbattè la biblica maledizione dei fumi, delle polveri e dei pellerossa in fuga. Di padre in figlio, tre generazioni. Anzi quattro. «Mio nonno Francesco, poi mio padre Vincenzo. Ora i miei figli Vittorio, Maria, Vincenzo e Rosanna. Domani Vittoria e Rosa. È una semina lenta» spiega Angelo: «Prima due dita, poi tre. Poi la mano intera. Avanti e a ritroso».

Il futuro e il passato abbracciati, non più divisi, alienati, offesi. Non sono fuggiti, i Fornaro. Non hanno lasciato la masseria «Carmine» e vogliono spezzare l’assedio del male spargendo canapa, tornando a raccogliere frutti. Il progetto è scritto da Canapuglia e dalle risorse regionali ottenute con il bando «Principi attivi». Spesa iniziale 3mila euro (fioritura in 180 giorni). Sorride il presidente Claudio Natile e l’ingegnere ambientale Marcello Colao ha un sogno: «Iniziamo con tre ettari e contiamo sulla virtù della canapa di bonificare il terreno dai metalli pesanti e rigenerarlo, preservando la falda acquifera. Poi si potrà pensare di estendere la coltivazione ad altre piante disinquinanti: lino, amaranto, kenaf».

Si ricomincia dalla masseria simbolo del disastro ambientale tarantino. «Semina del futuro » dice il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli. Per i Fornaro propone il premio Onu «Campioni della Terra». E l‘assessore regionale Guglielmo Minervini scrive parole d’apprezzamento sul social network Facebook: «A che servono le idee? Per esempio, a immaginare che la canapa sia l'unguento giusto per restituire vita a una terra intossicata dalla diossina». Vincenzo Fornaro ricorda l’udienza preliminare del processo ai Riva: «Avremo giustizia » e guarda con orgoglio i cavalli per il prossimo traguardo: l’ippoterapia. Gli ultimi animali rimasti nello scenario d’incanto che ha resistito alla «grande bruttezza» tarantina: il frantoio cinquecentesco, i capasoni, una masseria highlander immortale di calce bianca e storie secolari di sole e di vita.

«Tutto cominciò nel 1960, quando perdemmo i 110 ettari della “Zitarella”, la campagna si chiamava così. Furono espropriati per far posto al siderurgico. Mio padre - torna a raccontare Angelo - morì di crepacuore. Mia moglie Rosa mi ha lasciato nel 2003: tumore al seno. Io la mia terra non l’abbandono». E mentre segue la nipote con lo sguardo, il suo allegro confondere la semina e il gioco, sospira: «Voglio morire qui».
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