A quel punto, i militari della compagnia di Lecce, agli ordini del maggiore Antonio Sederino, hanno immediatamente posto sotto sequestro la corrispondenza. Si arriva così ad oltre cinque quintali di posta che, invece di finire nella buca delle lettere, stava per essere ridotta in cenere.
Un dato sicuramente allarmante, che è prova del fatto che il fenomeno potrebbe essere molto più esteso di quanto si possa pensare. Non solo il circondario di Lecce, dove è partita l’inchiesta, ma anche i paesi limitrofi possono essere interessati alla questione.
Dopo il sequestro di 29 quintali che è stato effettuato la scorsa settimana dai militari del comando provinciale, retto dal colonnello Patrizio Vezzoli, in tutti gli uffici postali della provincia i controlli sono diventati più serrati. Quello che impressione, però, è la quantità di posta che, evidentemente, non è stata controllata. Basti pensare che se una busta pesa pochi grammi, quante mai dovranno essere per raggiungere due quintali?
I finanzieri, intanto, continuano a spulciare fra la corrispondenza mai arrivata a destinazione. I militari, infatti, dovranno capire come sia stato possibile che la corrispondenza che doveve essere regolarmente recapitata stesse per essere distrutta. È questo l’obiettivo dell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Angela Rotondano. Per ora il fascicolo si è arricchito dei primi cinque nomi, iscritti nel registro degli indagati. Si tratta di due funzionari, altrettanti capi reparto e di un capo squadra reparto. Su di loro pendono le accuse di abuso d’ufficio, occultamento e distruzione di corrispondenza ed appropriazione indebita.
L’inchiesta è partita un paio di mesi fa, quando i finanzieri hanno raccolto le lamentele di numerosi cittadini di Lecce, ma anche di Cavallino, Surbo e Squinzano, che dicevano di non ricevere la posta. È stato così che i militari si sono immediatamente attivati per capire quale fosse il problema, ripercorrendo insieme al personale di Poste Italiane tutto l’iter della corrispondenza.
Ed è stato proprio così che si è arrivati ad una ditta che si trova fra Nardò e Galatone, dove viene trasportata la posta che deve essere distrutta. E cioè, quella sulla quale viene impressa l’etichetta del «modello 24 B»: in quei casi, o il destinatario non viene trovato, oppure l’indirizzo è incompleto. Peccato solo che, fra i 29 quintali di posta da eliminare, almeno tre non dovevano far parte del gruppo. Tre quintali, si è detto, solo sulla base di una prima ricognizione. Ma la quantità potrebbe essere anche superiore.
Se si tratti di un errore materiale o di una semplice distrazione del personale è ancora presto per dirlo. Quel che è certo, è che Poste Italiane ha avviato un’inchiesta interna, che si potrebbe concludere con delle sanzioni disciplinari a carico degli indagati.
Sono tanti, infatti, gli spunti investigativi che offre la vicenda. Primo fra tutti, il fatto che per ben due anni, i registri della posta da mandare al macero erano incompleti. Secondo, fra Poste Italiane e la ditta di Nardò c’era una semplice convenzione e non un contratto.
La corrispondenza portata nella ditta, si è detto, era estremamente varia. C’era di tutto, dalle lettere (private e non), alle raccomandate, ai plichi. C’erano perfino un blocco di Gazzette Ufficiali che dovevano finire nelle mani dell’onorevole Massimo D’Alema. Cosa ancora più allarmante, però, che fra le tante buste siano state anche trovate delle cartelle esattoriali. In tal caso, le conseguenze di un mancato recapito potrebbero essere molto serie.
Per questo, le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra, pronte ad intraprendere un’azione legale per il risarcimento dei danni.
















