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Vino italiano e caffè sul fronte del Piavel'incredibile tregua del Capodanno 1917

Inverno di guerra 1917. Siamo nei giorni tra Natale e Capodanno e sul Piave fa freddo. Sulle due sponde si fronteggiano reparti inglesi (schierati lì per dare manforte agli italiani dopo il collasso di Caporetto) e austriaci, fermati poi sull’argine dalla strenua resistenza delle truppe in grigioverde. Una mattina gli inglesi attaccano. Siamo da qualche parte in Veneto. I «tommies» del 1° battaglione del reggimento Bedfordshire corrono lungo un ponte diroccato, fanno per passarlo quando si accorgono che gli austriaci hanno appena tolto le assi sui crateri, provocati dalle bombe, sistemate nottetempo — tipo passerelle — dagli ingegneri di Sua Maestà per facilitare l’attacco. La veemenza dell’assalto si raffredda. Però dall’altra parte gli austriaci — trincerati dietro un fitto vespaio di mitragliatrici — paiono non voler sparare a quei facili bersagli che sul ponte sembrano grosse e goffe sagome che si spostano al rallentatore. Anzi. Nessuno ha voglia di infierire e di combattere. Ritti a pochi metri l’uno dall’altro, le facce che dapprima si guardavano in cagnesco ora mostrano espressioni più rilassate. Addirittura sorrisi.
 I ragazzi del Bedfordshire contraccambiano con del caffè
Cominciano gli austriaci. Che offrono del vino. I ragazzi del Bedfordshire contraccambiano con del caffè. Qualche saluto, strette di mano sempre più convinte. Chissà, forse dei brindisi. L’attacco termina così, con una tregua non concordata dai rispettivi comandi. Il racconto di questa storia emersa tra le tante, terribili, della Grande Guerra arriva dall’edizione del Sunday Times del 30 dicembre scorso. Che parla di una seconda grande tregua (di cui sinora nessuno sapeva nulla) dopo quella, celeberrima e romanzesca, del Natale 1914 a Ypres, quando inglesi e tedeschi, appena usciti dalle trincee, anziché scannarsi finirono addirittura per giocare a pallone.
Se quel che è accaduto sul Piave in quei giorni è rimasto fino a oggi inedito è per circostanze piuttosto casuali, dettagliate con accuratezza da Matt Rudd, autore della ricostruzione di quell’insolito stop momentaneo dei combattimenti. Tutto si basa sulla testimonianza diretta che un «tommie» — l’appellativo storico dei soldati britannici derivante dal loro elmetto tipico a forma di piatto rovesciato: appunto il «Tommy» — del 1° battaglione sopravvissuto alla Grande Guerra. Si chiamava Harry Christmas e di quella tregua parlò con uno storico, Alfred Peacock, che si limitò a registrare l’intervista senza mai pubblicarla o renderla nota — senza un perché esatto— lasciando però i nastri in un archivio della città di York. Qui il resoconto di quel colloquio è stato ritrovato a dicembre da Eleanor Whitehead, ricercatrice della Histon e Impington Village Society of Cambridgeshire (società di studi storici) che ne ha parlato — nel corso di alcune iniziative dedicate al centenario della Grande Guerra — con il giornalista del Sunday Times. Il caporale Christmas — partito per il fronte che era appena sedicenne — raccontò che «gli austriaci non volevano combattere più di quanto lo volessimo noi». Poco, evidentemente. Tanto che quel singolare periodo di «non belligeranza» avviato agli sgoccioli del 1917 durò qualche settimana ancora, sino al marzo del 1918.
 Partirono in 648, tornarono solo 46. Sulle sponde del Piave ci furono altri incontri tra nemici: ancora vino, procurato, Harry Christmas acquistandolo nelle osterie e in campagna, e razioni scambiate con tazze di caffè bollente. Addirittura «visite guidate» nelle rispettive trincee ma senza alcuna voglia di farsi male. «Avemmo solo due feriti in quattro mesi ed entrambe per via di incidenti » ricordò (immaginiamo sollevato) Christmas. Cifre che però insospettirono il comando inglese, perplesso per il fatto che su quel tratto di fronte non si registrassero perdite. Intuendo qualcosa della tregua non concordata, i generali pensarono così di spostare i ragazzi del Bedfordshire dall’Italia alla Francia. Dove cambiò tutto.
Nei numerosi attacchi che dalle parti di Cambrai si susseguirono a partire dalla primavera sino alla fine del terribile conflitto, il reggimento venne decimato. Erano in 648 ad aver lasciato il Piave e tra morti, feriti e dispersi solo 46 tornarono in Gran Bretagna sani e salvi. Tra questi c’era Harry, divenuto poi poliziotto. Al Sunday Times suo figlio John, che oggi ha 81 anni, ha raccontato la scorsa settimana di «avere saputo quel che mio padre ha fatto in guerra solo di recente, quando mi hanno contattato gli storici della Histon Society». «Papà non ha mai fatto cenno a quel periodo — ha aggiunto —. Trascorrevamo ore e ore assime pescando in barca ma non me ha mai parlato. Per me era solo un papà normale». E anche un soldato normale, un uomo normale che degli orrori della Grande Guerra ritenne di dover ricordare solo quella tregua sul Piave, bevendo vino italiano assieme ai nemici austriaci.

Alessandro Fulloni

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Commenti all'articolo

  • dibrigantegarga

    04 Gennaio 2019 - 19:07

    Bellissimo !

    Rispondi

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