“Perché ho deciso di collaborare con la Giustizia? Perché intanto è stata la morte di mia madre: è stata la sua ultima volontà. In punto di morte me lo disse che voleva vedermi cambiare vita, vedermi fuori dal carcere. Diciamo che è morta con questa pena nel cuore, perché è vero. Inoltre la mia decisione l’ho presa per me stesso, i miei familiari, per un avvenire migliore a me e ai miei cari”. Ma se la madre di Matteo Pettinicchio è deceduta a gennaio 2023 come mai ci ha messo due anni a pentirsi obietta la difesa, cominciando a contestarne l’attendibilità sin dalle ragioni del pentimento.
Ancora di scena Pettinicchio, 41 anni, montanaro, ex numero 2 del clan Li Bergolis, detenuto da anni, pentitosi a gennaio 2025, interrogato dai difensori nel processo Friends (il blitz sfociò in 24 arresti il 20 novembre 2019 sull’asse Monte Sant’Angelo-Lucera-Calabria) in corso dal 2020 in Tribunale a Foggia a 19 persone accusate a vario titolo di traffico di eroina, cocaina e hashish; 70 episodi di spaccio; e possesso di armi, per fatti datati 2016. Principali imputati sono proprio Pettinicchio e il suo ex amico e capo Enzo Miucci, compaesano di 43 anni, ritenuto al vertice del clan Li Bergolis, ruolo che avrebbe ereditato sin dal 2009 in seguito alle pesanti condanne inflitte nel maxi-processo alla mafia garganica ai cugini, i tre fratelli Armando, Matteo e Franco Li Bergolis tutt’ora detenuti.
Se nell’udienza del 5 febbraio scorso il pentito aveva risposto, in collegamento da una località segreta, alle domande della Dda, adesso è stata la volta del controinterrogatorio della difesa che proseguirà anche nella prossima udienza di fine maggio. L’avv. Raul Pellegrini, difensore di Miucci, sostiene che le dichiarazioni di Pettinicchio sono prive di riscontri e ne contesta l’attendibilità sin dalle ragioni del pentimento. Che possono essere molteplici: desiderio di cambiare vita; utilitaristiche; persino vendetta (come nel maxi-processo Cartagine degli anni Novanta alla mafia cerignolana dove un pentito fece la sua scelta anche per vendicarsi dei nemici e degli ex alleati dopo aver tentato inutilmente di ammazzarlo). Da qui la domanda dell’avv. Pellegrini a Pettinicchio: perché ci sono voluti 2 anni dalla morte della madre e dalle sue ultime volontà di vederlo cambiare vita, per arrivare al pentimento? Perché è stata una decisione maturata nel tempo, la risposta del malavitoso. Che in quei due anni di meditazione - ha aggiunto Pettinicchio, rispondendo a una ulteriore domanda del difensore di Miucci - ha continuato a percepire uno stipendio di circa 1500 euro al mese quale affiliato al clan Li Bergolis.
Per la difesa, invece, Pettinicchio avrebbe deciso di pentirsi dopo essere stato raggiunto in carcere da una delle 41 ordinanze cautelari del blitz “Mari e monti” del 15 ottobre 2024 contro il clan Li Bergolis. Nell’ottica difensiva, quindi, Pettinicchio accusato di mafia e droga in quell’inchiesta e di fronte alla prospettiva di ulteriori anni e anni dietro le sbarre, decise di pentirsi. Nel processo abbreviato “Mari e monti” a 42 garganici in corso davanti al gup di Bari la Dda chiede la condanna a 20 anni di Miucci e a 6 anni di Pettinicchio, visto proprio il contributo offerto alle indagini.
Pettinicchio ha raccontato d’essere entrato nel gruppo Li Bergolis - “il clan più storico della Capitanata perché esiste sin dagli anni Settanta quand’era in mano ai padri e agli zii dei Li Bergolis; eravamo i più temuti, il gruppo che ha fatto più omicidi” - già nel 2000 quando aveva soli 15 anni. Ha confessato, e contestualmente accusato il suo ex capo Miucci di omicidi (ma senza alcuna incriminazione al momento), mafia, traffici di droga, armi. “Il capo era Miucci, e io venivo subito dopo di lui” ha detto il pentito, sostenendo di aver gestito i traffici di droga tenendone la contabilità anche con esponenti delle cosche calabresi e anche dal carcere, mantenendo contatti tramite i telefonini: “ho dato la droga a centomila persone”.













