In un paese di montagna , quando i lupi tornano a colpire le greggi, la notizia corre senza sosta. Si diffonde per cucine e bar, entra nelle chiese, si appoggia sulle spalle delle persone come un presentimento. Il bosco sembra più vicino, il buio sembra più lungo, il silenzio sembra nascondere i segreti più oscuri. Sul crinale che porta alla baita, l’inverno fa il suo mestiere con una discrezione feroce: la neve assorbe i rumori e restituisce una presenza che non vuole farsi vedere. In questo spazio rarefatto, la paura mette in moto le parole, accende le superstizioni , fa emergere le colpe . È qui che Lorena Cavallini ambienta “Il canto del lupo” , thriller psicologico pubblicato dal Gruppo Albatros il Filo , che apre la storia con un tema dichiarato e poi pazientemente lavorato: l’ invidia . La si incontra già nei primi scambi fra la professoressa Viola Bardo , protagonista del libro, e la sua studentessa più curiosa. L’invidia entra nelle relazioni, cambia il modo in cui si interpreta un gesto, altera la temperatura dei ricordi, trasforma una mancanza in pretesa, una ferita in diritto di colpire, una storia in giustificazione. Il centro magnetico del racconto è proprio Viola Bardo, donna che sale in quota per sottrarsi e finisce per diventare uno degli elementi centrali del campo gravitazionale del paese. Il segreto che custodisce sembra al sicuro nel suo rifugio in montagna, ma la comunità consegna una legge più antica: tutti vedono tutto , anche quando fingono di non vedere. La vita collettiva lavora per cerchi concentrici: al centro c’è l’estranea, poi arrivano le ipotesi, le allusioni, le cure offerte con gentilezza e la sorveglianza che si traveste da premura. La baita, che doveva essere riparo, diventa un confine, un terreno di prova. Cavallini costruisce attorno a Viola un coro di presenze che parla con misura e pensa con l’intensità di chi ha imparato a convivere con l’ombra . Ognuno consegna un dettaglio e trattiene un frammento. Ne nasce un paesaggio umano in cui il segreto non è un oggetto nascosto, è un clima. La suspense germoglia nella trama e nelle pause, nella capacità del paese di trasformare ogni gesto in indizio. In questo microcosmo le leggende e le superstizioni circolano come il sangue nelle vene della comunità. La leggenda, più che un elemento folkloristico, è un dispositivo di sopravvivenza: quando la realtà appare troppo dura, la comunità la riveste di simboli e la rende raccontabile. Dentro questo tessuto, sospeso fra sacro e profano, entra in scena il lupo con un nome che spalanca significati: Libero. Il nome nasce da una decisione di Viola, dalla consapevolezza che quell’ombra solitaria non appartiene al branco e assomiglia, in modo inquietante, alla sua stessa solitudine. Dare un nome all’animale significa attribuirgli destino, trasformarlo in figura, renderlo altro da sé. Mentre il predatore resta reale, il simbolo diventa inevitabile. C’è poi un elemento che espone Viola e, insieme, la rende necessaria alla comunità: il ritorno all’insegnamento. È stata professoressa, pensa di aver chiuso con quel ruolo, poi la vita del paese chiama competenze e responsabilità con una naturalezza implacabile. Tornare in classe significa entrare di nuovo nella rete, diventare leggibile, lasciare impronte. Qui la scuola diventa un luogo d’ascolto e di rivelazione, un punto in cui il passato trova fessure per rientrare, un territorio dove la lingua comune può farsi confessione. Quando la spirale degli eventi si stringe e i delitti cominciano a funestare il territorio , la storia cambia densità senza perdere vibrazione simbolica. Entrano le indagini e la figura del maresciallo , con il suo passo metodico e l’urgenza di mettere ordine. Viola si unisce alla ricerca della verità grazie a una sagacia che non ha nulla di esibito: è una capacità di lettura umana, consolidata con ogni probabilità tra le aule scolastiche e nel confronto con gli studenti, fatta di dettagli, crepe, parole non dette, incoerenze che rivelano più delle confessioni. In queste pagine, la tensione cresce come cresce una nebbia: riempie gli spazi, riduce le distanze, costringe a guardare da vicino. È qui che i temi cardine del libro mostrano la loro funzione più cruda. L’ invidia agisce come matrice e distorsione. Il rimorso lavora come corrente sotterranea: si riconosce nei gesti più impercettibili, nelle esitazioni, nei silenzi che restano sospesi fra le persone. La paura stessa diventa un agente narrativo, un motore che modifica comportamenti e alleanze, un pretesto per raccontare versioni utili. Cavallini scandaglia l’animo umano senza sconti, attraversa anche i personaggi capaci di atrocità e li osserva nel punto esatto in cui la coscienza cerca scuse per non chiamarsi colpa. In questo quadro, il lupo smette di essere soltanto l’animale che colpisce le greggi. Libero si impone come soglia : attraversandola, i personaggi incontrano ciò che hanno evitato di nominare in sé. Il romanzo suggerisce una verità perturbante: l’animale fuori è una minaccia, l’animale interiore è una logica. La vendetta , quando arriva, appare come riscrittura del dubbio: si prende l’incertezza e la si trasforma in gesto, si prende l’ambiguità e la si irrigidisce in punizione. La leggenda si salda alla realtà , la superstizione smette di essere favola e diventa strumento per sopravvivere, o per mentire meglio. La struttura segue una ciclicità che è architettura e filosofia. Motivi, immagini, luoghi ritornano con variazioni minime e decisive. È un moto circolare che accumula senso e che a ogni giro aggiunge un’ombra, un dettaglio, una crepa. Questa ciclicità è annunciata fin dalla dedica, un gesto poetico che orienta la lettura: si rivolge a chi procede “in cerchi rotondi”. Si riflette anche nello stile: pagine sensoriali, in cui il freddo, il legno, il vento, il calore delle stanze diventano materia narrativa, si alternano a passaggi più secchi, vicini a un verbale d’indagine. Il ritmo segue un respiro montano: lento, persistente, capace di colpire quando il lettore abbassa la guardia. Cavallini lavora dentro una costellazione di immaginari riconoscibili: c’è il paese chiuso e magnetico di Twin Peaks , con la comunità che si fonda sul sospetto e costruisce leggende per spiegare ciò che non vuole guardare in faccia; c’è l’isolamento montano di Shining , dove il silenzio diventa pressione psicologica, un corridoio mentale che si restringe; c’è la provincia “ferita” e investigativa di Fargo , fatta di fatalismo quotidiano, facce note, normalità che si incrina; c’è infine la scia più antica del doppio, da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde fino al lupo come figura interiore della tradizione fiabesca , con la bestia che smette di essere fauna e diventa coscienza. Cavallini usa questi elementi con misura e li trasforma in un paesaggio emotivo coerente e credibile. Quando il cerchio si chiude, resta la sensazione che la storia non abbia cercato soltanto un colpevole. Ha messo sotto processo un sentimento , lo ha seguito fino alle sue conseguenze più estreme. Il canto del lupo, nel titolo, è un richiamo, un segnale, la voce con cui il bosco costringe gli esseri umani a uscire dalle loro versioni comode. “Il cerchio si è chiuso” pensa Viola quando ode quel canto in lontananza. Da lì in poi la frase smette di essere un approdo e diventa domanda: che cosa significa davvero essere liberi, quando ciò che ti ha inseguito non era soltanto nel bosco? Non serve inseguire l’ombra tra gli alberi: l’ombra è già in casa, seduta al tavolo, con un alibi perfetto.
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