“Il Dono delle Stelle: l’ultimo Guardiano” di Iacopo Gianassi , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo è un romanzo che si muove consapevolmente in una zona di confine, dove la narrazione simbolica incontra la riflessione morale e politica, e dove l’elemento fantastico non ha mai funzione evasiva, ma diventa strumento di interrogazione profonda sul destino, sulla responsabilità e sul senso dell’agire umano. L’opera si costruisce come un lungo attraversamento, non soltanto geografico ma soprattutto interiore, in cui ogni paesaggio, ogni incontro, ogni scelta contribuisce a definire una visione del mondo stratificata e coerente. Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza la centralità della dimensione iniziatica del racconto. Il protagonista non è chiamato a distinguersi per forza, abilità o eroismo spettacolare, ma per la capacità di ascoltare, di sostare nel dubbio, di riconoscere la propria fragilità come parte integrante del cammino. Gianassi lavora con attenzione su questa postura narrativa, evitando scorciatoie e costruendo una progressione lenta, meditata, che accompagna il lettore dentro un tempo diverso, dilatato, in cui l’azione è sempre preceduta da una riflessione e mai separata dalle sue conseguenze. L’autore adotta una prosa fortemente evocativa , ricca di immagini naturali e sensoriali, che non hanno mai un valore puramente decorativo. Foresta, mare, steppa, deserto e montagna diventano spazi simbolici , veri e propri stati dell’essere, che riflettono le trasformazioni interiori dei personaggi e il progressivo chiarirsi del loro ruolo nel mondo. La natura non è neutra né addomesticata: è presenza viva, talvolta accogliente, talvolta ostile, sempre portatrice di un ordine più vasto rispetto a quello imposto dagli uomini. Un nucleo concettuale rilevante del romanzo è quello del proposito , inteso non come aspirazione individuale, ma come compito che precede l’individuo e lo chiama a rispondere. In questo senso, la figura del Guardiano assume un valore emblematico: non un titolo, ma una funzione, non un privilegio, ma un peso da sostenere. La trasmissione di questo ruolo, che attraversa generazioni e coscienze, costituisce l’asse etico principale dell’intera opera. Essere Guardiano significa accettare una responsabilità silenziosa , spesso invisibile, che non garantisce riconoscimento né salvezza personale. Il rapporto tra il giovane protagonista e l’anziano custode e il loro dialogo occupano una parte centrale della narrazione, mai puramente funzionale allo sviluppo della trama, ma rappresenta uno spazio di trasmissione della memoria , del fallimento e della conoscenza maturata attraverso l’errore. L’anziano non incarna una saggezza incontestabile: è una figura segnata dal tempo, dalle rinunce, dalle scelte dolorose, e proprio per questo credibile. La sua voce non impone, ma affida, consapevole che ogni sapere, se non viene assunto e rielaborato, resta sterile. Procedendo nella lettura, il romanzo amplia progressivamente il proprio orizzonte e introduce una riflessione sempre più esplicita sul potere , sulla sua capacità di deformare il rapporto tra uomo e mondo, e sulla violenza esercitata non solo sui popoli, ma sui territori stessi. La steppa prosciugata, il deserto che avanza, la terra sfruttata fino all’esaurimento, diventano immagini potenti di un dominio che non conosce misura e che finisce per distruggere ciò che pretende di controllare. In questo scenario, la contrapposizione tra il popolo della Foresta e il regno del Re non è mai ridotta a uno scontro schematico, ma si configura come un conflitto tra due visioni inconciliabili dell’esistenza. Ciò che rende particolarmente incisiva la riflessione politica di “Il Dono delle Stelle: l’ultimo Guardiano” è la sua capacità di non isolare il potere come entità astratta, ma di mostrarne gli effetti concreti sulle relazioni, sulla memoria collettiva e sul paesaggio stesso. Il dominio non è mai rappresentato solo come imposizione militare o coercizione diretta, bensì come progressiva erosione dell’equilibrio , come abitudine alla sopraffazione che si normalizza fino a diventare sistema. In questo quadro, la Foresta non è semplicemente un rifugio, ma una forma alternativa di civiltà , fondata sulla cura, sul rispetto dei cicli naturali e sulla consapevolezza dei limiti. La narrazione di Gianassi racconta di un viaggio che da un lato è un percorso fisico, segnato dalla fatica, dalla privazione e dalla necessità di affidarsi a una conoscenza tramandata con precisione quasi rituale; dall’altro è una lenta presa di coscienza del peso delle scelte , del fatto che ogni deviazione, ogni esitazione, può avere conseguenze irreversibili non solo per chi compie l’azione, ma per un’intera comunità. Gianassi insiste su questo punto con coerenza, costruendo una tensione che non deriva dall’accumulo di eventi spettacolari, ma dalla percezione costante della posta in gioco. In questo contesto si inserisce anche la presenza delle creature che abitano i margini del mondo umano, figure che incarnano un ordine altro , non assoggettabile alle logiche di conquista e sfruttamento. Il loro ruolo non è quello di semplici alleati o antagonisti, ma di testimoni di una frattura antica, di un equilibrio spezzato che attende di essere ricomposto. Il rapporto con queste presenze mette ulteriormente alla prova il protagonista, chiamato a dimostrare non forza o astuzia, ma capacità di riconoscimento, rispetto e ascolto . La prosa di Gianassi mantiene una notevole compattezza stilistica anche quando il racconto si apre a spazi più ampi e a visioni di insieme e non perde mai il suo carattere misurato e controllato. L’autore predilige periodi ampi, cadenzati, che accompagnano il lettore in una sorta di andamento meditativo , coerente con il senso profondo dell’opera. Questa scelta contribuisce a rafforzare l’idea che il tempo della trasformazione non possa essere accelerato, che ogni passaggio richieda attenzione e presenza. Particolarmente significativa è la gestione del finale, che evita ogni forma di chiusura definitiva. Gianassi non consegna al lettore una conclusione pacificante, ma una continuità di responsabilità , un’eredità che non si esaurisce con l’ultima pagina. La stella, più che simbolo di salvezza, diventa segno di orientamento, luce che non elimina l’oscurità ma permette di attraversarla senza smarrire la direzione. È una scelta coerente con l’intero impianto del romanzo, che rifiuta soluzioni semplici e invita a sostare nella complessità. Nel suo insieme, “Il Dono delle Stelle: l’ultimo Guardiano” si configura come un’opera di forte densità etica , capace di parlare al presente attraverso un linguaggio simbolico solido e mai evasivo. La sua forza risiede nella coerenza della visione, nella capacità di tenere insieme dimensione intima e collettiva, destino individuale e responsabilità condivisa. Gianassi costruisce un racconto che non chiede al lettore di identificarsi passivamente, ma di interrogarsi sul proprio ruolo, sul proprio proposito, su ciò che ciascuno è disposto a custodire quando la luce diventa fragile. È un romanzo che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto, ma che ricompensa con una esperienza di lettura profonda , capace di lasciare tracce durature. Non offre certezze, né promesse consolatorie, ma una domanda persistente che continua a risuonare oltre la fine del testo: che cosa significa, oggi, essere davvero guardiani di ciò che conta.
La responsabilità editoriale e i contenuti di cui al presente comunicato stampa sono a cura di Conoscere Cultura
















