Gennaio, provincia di Verona. Un ragazzo si risveglia dopo innumerevoli giorni, il corpo pesa, la testa gira, la stanza sembra nuova e insieme già vista. Intorno ci sono letti, presenze indistinguibili, un rumore sommesso di passi e chiavi. La memoria arriva a strappi , come una pellicola graffiata. In quel momento, più che la paura, domina lo stupore: essere ancora qui, dentro un inverno che sembra non finire, e sentire che la vita chiede di ripartire anche quando la mente ha smesso di dare indicazioni. Questo è il punto di fiamma da cui prende avvio “Agli inferi e ritorno” di Diego Escalini , pubblicato per la collana Chronos di Europa Edizioni . Il titolo porta con sé una promessa antica: la discesa e la risalita, la catabasi e il ritorno al mondo dei vivi . Nell’introduzione l’autore dichiara la sua bussola emotiva: la “quiete dopo la tempesta” leopardiana come immagine di sopravvivenza. Scrivere diventa così una terapia parallela: fissare il dolore sulla pagina, trasformarlo in sequenza, sottrarlo al caos. La memoria è archivio, inventario, tentativo di nominare i passaggi decisivi, perché il nome riduce l’ombra e permette di attraversarla. Questa è anche la ragione per cui la lingua resta piana, concreta, sorvegliata, come se ogni virtuosismo rischiasse di tradire la sostanza. Il racconto riparte da un’ infanzia che profuma di neve e di cortili, di paese e di scuola. C’è una vocazione precoce per l’interpretazione : poesie recitate con naturalezza, come se la parola fosse già corpo. C’è la musica, con un maestro che guida le dita sulla tastiera e consegna al bambino una disciplina gentile, fatta di esercizio e di fiducia. In questa cornice si insinua una ferita familiare legata alla guerra, un lutto che porta con sé una domanda: che cosa resta quando la storia entra in casa e si porta via un pezzo di vita? Il mondo, da subito, comincia a mostrarsi come intreccio di gioia semplice e perdita. La realtà, tra queste pagine, si interpreta anche come sistema di segni . Il numero tre e i suoi multipli diventano ricorrenza che l’autore riconosce, annota, rincorre. È una strategia di orientamento: quando il mondo spaventa, l’uomo costruisce mappe, affida significato a ciò che torna, per restituire una filigrana che tenga insieme madre, nonna e figlio. Escalini lascia emergere un tratto umano universale: la ricerca di pattern, il desiderio che l’esistenza non sia puro incidente. La giovinezza si apre con energia fisica e sociale : sport, amicizie, la provincia come teatro in cui ci si misura ogni giorno. È un’età di soglia, un guado, come scrive lui stesso. Il servizio militare si avvicina e la narrazione cambia temperatura. Il corpo continua a correre, la mente fatica a restare in asse. L’impressione, leggendo, è quella di un equilibrio tenuto con le dita, per abitudine, per orgoglio, per paura di deludere. Tra il 1987 e il 1988 le certezze dell’autore cominciano a incrinarsi, tra ricoveri e trasferimenti da una clinica di salute mentale all’altra. Vengono evocate pratiche che sembrano lontane dalla nostra interpretazione della medicina moderna, tra cui l’ elettroshock . Il risveglio viene poi raccontato come una rinascita improvvisa, quasi un ritorno della luce, insieme al terrore per ciò che è stato fatto sul corpo. Il libro registra i dettagli della vita ospedaliera: lo stordimento, la spossatezza, la sensazione di non possedersi, l’umiliazione sottile di dover dipendere da una routine imposta. In mezzo a questo inferno compare anche una parentesi di tenerezza, una presenza femminile che cerca il protagonista e lo visita, come se in quei corridoi qualcuno avesse ancora il coraggio di chiamarlo per nome. Il secondo inferno comincia fuori. Il rientro al paese porta addosso il peso degli sguardi della comunità che osserva e giudica. La vergogna diventa una stanza più stretta della stanza di cura e qui emerge uno dei temi più forti del libro: lo stigma come dispositivo narrativo imposto dall’esterno. Quando gli altri decidono chi sei, il rischio è di accettare quel racconto e scomparire dentro la definizione. Escalini descrive la fobia sociale come un muro che si alza tra il corpo e il mondo: uscire diventa rischio, essere visto diventa un evento da preparare nei minimi dettagli. La vita adulta procede per cicli. Ci sono periodi di lavoro e slancio, poi ricadute, poi risalite. Dopo un colloquio brillante, arriva un’assunzione in un’azienda chimica e per un attimo la normalità sembra tornare accessibile, parte del quotidiano. Un evento pesa però sul futuro professionale: un TSO, passaggio che complica ulteriormente l’accesso al lavoro e la fiducia in sé stessi. In queste pagine la società appare per ciò che è: un luogo in cui la sofferenza non chiede soltanto cure, chiede diritti, procedure chiare e uffici dedicati . C’è poi il tema delle diagnosi, che nel libro diventano la base sulla quale si costruisce il destino dell’autore-protagonista. Escalini racconta la violenza delle parole sbagliate, l’esperienza di sentirsi attribuire un “disturbo di personalità schizoide”, e il crollo che segue quando l’identità viene ridotta a formula da manuale diagnostico. Il punto di svolta arriva nel momento dell’incontro con un medico, il quale racconta una storia diversa. Viene riconosciuta una fobia sociale, si imposta una terapia, si restituisce ascolto. La medicina torna a essere relazione . Torna a essere tempo condiviso. Torna a essere fiducia che non umilia. Da quel momento la rinascita si muove sui gesti più piccoli. Uscire, incontrare qualcuno, tollerare il contesto, restare qualche minuto in più prima di fuggire. Nel 2007 l’autore parla di “allegria” e la parola suona quasi sorprendente, perché arriva dopo anni in cui anche il sorriso era un compito assolto con fatica. La vita riprende colore un passo alla volta. Riprende con la stessa pazienza con cui, da bambino, aveva imparato a posare le dita su una tastiera. E in controluce si capisce che questo libro è una storia di addestramento alla presenza, un rieducare lo sguardo a stare nel mondo senza farsi divorare dal giudizio. Gli ultimi capitoli allargano l’orizzonte. C’è la cura della madre, c’è il tempo che chiede responsabilità, c’è l’età adulta che non concede tregua . Un incidente in moto impone ancora una volta il ritorno al corpo: dolore, riabilitazione, disciplina. La struttura del libro torna su sé stessa, in un circolo che nel ripetersi si rinnova: caduta, ripartenza, un nuovo tentativo di stare in piedi. Escalini racconta l’insistenza di non voler cedere sotto il peso della vita e, nel suo lungo viaggio, non c’è retorica della vittoria. C’è il riconoscimento che la vita possa cambiare direzione in un attimo e che una parte della libertà sta nel modo in cui si attraversa l’onda successiva. “Agli inferi e ritorno” riesce proprio qui: nel mostrare che l’inferno contemporaneo non ha più diavoli, ma può ardere tra i corridoi spogli in cui non si riconoscono volti amici, nei silenzi sociali, nelle etichette che restano addosso. Il ritorno alla vita è un varco stretto , guadagnato con continuità, lavoro, ascolto, con una disciplina quotidiana che somiglia alla cura di un brano musicale. Quando la tempesta passa, resta la terra bagnata e un’aria diversa. Resta qualcuno che cammina più piano, con lo sguardo allenato a riconoscere i segnali del proprio limite e del proprio coraggio. Resta, soprattutto, una vita che ricomincia senza fare rumore, che chiede soltanto di essere vista e accolta nella sua unicità .
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