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Accusato di 17 omicidi

Bilancia, il serial killer lucano
non avrà lo «sconto» di pena

Dall'ergastolo aveva chiesto la commutazione a 30 anni: ma la Cassazione ha detto no

Bilancia, il serial killer lucanonon avrà lo «sconto» di pena

GIOVANNI RIVELLI

Accusato di 17 omicidi commessi in un arco di sei mesi fra il 1997 e il 1998 in Liguria e nel basso Piemonte, voleva che la pena gli fosse ridotta dall’ergastolo a 30 anni. Il potentino Donato Bilancia, noto alle cronache come il «mostro della Liguria» per quegli episodi delittuosi, a venti anni di distanza dai fatti e dall’arresto, è tornato al centro degli atti giudiziari, prima con un’istanza di revisione, respinta dal Tribunale di Padova (dove era approdata passando da Torino e da Genova), poi con un ricorso in Cassazione, ugualmente rigettato dalla Suprema Corte.

Il lucano cresciuto a Genova, dopo il trasferimento con la sua famiglia, e condannato in primo grado nel 2000 aveva chiesto di poter rideterminare la pena che gli era stata comminata in quella che avrebbe ottenuto con il rito abbreviato. Va detto in proposito che, a seguito di alterne vicende, la possibilità di accedere al rito abbreviato per reati puniti con l’ergastolo era stata inizialmente prevista, poi nel 1991 soppressa con una sentenza della Corte Costituzionale, infine reintrodotta a fine 1999. Quel periodo 91-99 era stato anche al centro di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che aveva ritenuto illegittima la preclusione del giudizio immediato nel caso di un uomo che l’aveva richiesta e, sulla base delle norme in quel periodo vigenti, se l’era vista rigettare. Il difensore di Bilancia ha quindi sostenuto che anche al suo assistito andasse applicato il principio della «lex mintior», cioè della legge più favorevole all’imputato sebbene consolidatasi successivamente all’iter processuale. E dato che, all’epoca del suo processo, la legge gli precludeva l’ammissione al rito abbreviato (previsione poi ripristinata) sebbene la sentenza sia poi passata abbondantemente in giudicato aveva diritto a una rideterminazione della penna ai 30 anni.

Ma il Tribunale di Padova, prima, e la Cassazione poi, hanno rilevato una differenza sostanziale tra il caso all’epoca esaminato dalla Corte europea e quello del serial killer potentino: l’imputato del primo procedimento, infatti, aveva chiesto l’ammissione al rito abbreviato e gli era stata negata, mentre Bilancia non aveva nemmeno mai chiesto il rito alternativo. In conseguenza «i principi affermati dalla citata sentenza europea esulano del tutto dalla vicenda processuale del ricorrente» e «il richiamo, riferito in termini assertivi e generici alla, non prevista, ipotesi del mancato accesso al rito abbreviato per "la impossibilità della previsione legislativa in quel momento", è del tutto dissonante rispetto al caso concreto, non sottoposto al giudizio della Corte europea, e, come già rilevato, estraneo ai limiti di applicabilità della norma erroneamente invocata».

L’ergastolo, insomma, resta ergastolo. E una pena inferiore avrebbe aperto la strada anche a benfici di legge con maggiori possibilità di uscire dalla cella.
Una cella in cui Bilancia si trova da quasi 20 anni e cioè dal 6 maggio 1998, quando venne arrestato dai carabinieri all’uscita della sua casa del rione Marassi a Genova. Un arresto che mise fine a mesi di ansia che si erano man mano impadroniti dei territori di Piemonte e Liguria. All’arresto seguì la lunga confessione liberatoria del potentino, che si addossò tutte le colpe, incluso un omicidio, il primo, inizialmente classificato come morte spontanea dopo che l’assassino era riuscito a soffocare la vittima (una persona che odiava profondamente) senza lasciare alcuna traccia. Tranne, che forse, nella sua psiche.

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