Giovedì 29 Ottobre 2020 | 10:10

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I fatti avvennero il 14 febbraio del 2014. L'uomo trascinò via la donna da uno stand della festa e ne abusò in un giardino

Stupro a S. Valentino condannato 36enne di Abriola a 6 anni e 6 mesi

ABRIOLA - Sei anni e sei mesi di condanna per la violenza sessuale di San Valentino ad Abriola. È la pena che il collegio penale di Potenza presieduto da Federico Sergi ha comminato, accogliendo in toto le richieste della Procura, al 36enne abriolano Alessandro Napolitano (difeso dall’avv. Valeria D’Addezio, per aver trasformato la festa dell'amore in una squallida violenza, per aver macchiato la festa patronale del paese di un gesto atroce e, soprattutto, per aver rovinato la vita di una donna che un tempo diceva di amare prima con minacce e pressioni, poi con lo stupro.

Fatti che il capo di imputazione aveva tradotte nelle accuse di violenza sessuale aggravata, atti persecutori e violenza aggravata, reati gravissimi ma comunque insufficienti a descrivere la brutalità di quella sera e i timori di mesi della donna.
Una donna (rappresentata dall’avv. Mariateresa Schiavo) che, anche se non sempre circondata dalla comprensione dell’ambiente in cui viveva, è voluta andare fino in fondo nel chiedere giustizia, che non ha mai insistito su un risarcimento (il Tribunale le ha comunque liquidato una provvisionale di 10mila euro demandando a un successivo giudizio civile la quantificazione del ristoro) ma ha sempre voluto che si affermasse il principio che gesti come quelli che lei aveva subito non potessero restare impuniti, che un essere umano (donna o uomo che sia) non potesse essere considerato da nessuno una proprietà, anche se si è condiviso un pezzo della vita.


Eppure era proprio quello che già mesi prima dell’episodio di violenza Napolitano, il cui carattere violento era noto in paese, le aveva detto. «Io ti voglio a tutti i costi - le disse una volta raggiungendola con la pretesa di avere un rapporto sessuale - . Tu sei mia». Parole che nei mesi che si sono succeduti dalla metà del 2012, quando era finita la relazione tra i due, fino al giorno della violenza. telefonate continue e ossessive, anche di notte, come notte e giorno, a volte anche ubriaco, si sentiva in diritto di presentarsi a casa della donna (che viveva anche con un figlio minore) con l’ossessiva richiesta di far ripartire la relazione. Come quella volta che, alle 2 di notte, prima la chiamò a telefono, poi si presentò alla porta di casa suonando di continuo il campanello e, quando la donna staccò la corrente per interrompere il cicalino, iniziò a gridare e bussare all’uscio.
Comprensibile lo stato di paura che si era determinato nella donna, costretta a modificare le proprie abitudini per evitarlo. E i timori erano fondati e presero corpo alla festa patronale di San Valentino. La donna era al lavoro in uno degli stand gastronomici che si allestiscono in paese in quell’occasione, quando Napolitano le si profilò davanti. Già questo bastava a far rivivere l’incubo, ma poi l’uomo iniziò prima a farle dei cenni da lontano, mentre lei era intenta a servire i clienti, per dirle di rispondere a telefono, poi passò al di là del bancone e iniziò a seguirla, dicendo che le doveva parlare.
Un copione, quello del «dobbiamo parlare», tristemente già visto. E l’uomo, a un certo punto, l’afferrò per un polso e iniziò a trascinarla dicendo che doveva «castigarla». Qualcuno dei presenti provò ad intervenire, ma lui li minacciò: «Se vuoi campare cammina, se no ti spacco la faccia».

Si allontanò così per un paio di centinaia di metri fino a raggiungere una casa disabitata. Prese la donna in braccio e la scaraventò al di là del muro di recinzione che circondava l’abitazione, scavalcò pure lui, la immobilizzò e prima iniziò a palpeggiarla violentemente al punto da farla sanguinare, poi la costrinse a subire ripetuti rapporti.
Solo alla fine la donna potè andar via e chiedere aiuto. Le visite mediche confermarono il racconto mentre i carabinieri trovarono ancora tracce di sangue sul muro dell’abitazione. L’uomo, poco più di un mese dopo venne arrestato e, ieri, si è giunti alla condanna

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