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Soldi al clan rivale per evitare l'agguato

È uno dei particolari che emergono dagli atti giudiziari sul clan Capriati

BARI - Un televisore e 10.000 euro per risolvere una controversia tra clan per uno sconfinamento nel territorio rivale che sarebbe sfociato quasi certamente in un agguato. È uno dei particolari che emergono dagli atti giudiziari sul clan Capriati, i cui vertici sono stati arrestati oggi dalla Squadra Mobile dopo un’indagine della Dda di Bari durata circa 4 anni. L’episodio riguarda il pestaggio di un affiliato ai Capriati da parte di uomini del clan Parisi di Japigia che intendevano vendicarsi per una rapina fatta nella loro zona dagli avversari. All’aggressione i Capriati inizialmente volevano rispondere con un agguato armato, bloccato dal capo clan Filippo Capriati il quale, dopo aver incontrato il fratello del boss Savinuccio Parisi, raggiunse un accordo per chiudere la faccenda offrendo appunto il denaro e il televisore.

Oltre ai 21 provvedimenti cautelari, ci sono altre 29 persone indagate. Tra queste c'è anche un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, Emanuele Pastoressa, accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità in concorso con un pregiudicato e un commerciante, per aver ottenuto 30 mila euro da un imprenditore agricolo per evitargli una verifica fiscale.
Filippo Capriati è definito «il Re, perché detiene la poltrona della famiglia», ma nel «timore di perdere la sua corona», come riferito da alcuni pentiti, girava accompagnato da una scorta armata. Tra le dichiarazioni che hanno rivelato gli affari del clan, ci sono quelle del pentito Nicola De Santis, ex autista Amtab, il quale ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia quando il clan gli chiese di ammazzare il suo amico d’infanzia.

Indagato anche il medico di famiglia dei Capriati, accusato di aver fatto un falso certificato medico al figlio Sabino, permettendogli di assentarsi dal lavoro per tre giorni. Sabino Capriati, figlio di Filippo, è tra i dipendenti della Cooperativa Ariete che gestisce la viabilità nel porto di Bari e che, stando all’indagine della Dda, era controllata dal clan. Gli accertamenti della Polizia hanno rivelato che il porto era diventato una vera e propria «pertinenza del borgo antico nella disponibilità del clan». Lì i sodali si incontravano per parlare e organizzare le attività illecite. Risulta addirittura un episodio di aggressione ad un dirigente dell’autorità portuale e vari accessi non autorizzati di pregiudicati all’interno dell’area portuale.
«La nostra società è assolutamente estranea ai fatti ma è semmai parte lesa in relazione alle condotte illecite addebitate ai propri dipendenti» precisa in una nota la Cooperativa. «Tutto il personale impegnato nei servizi di assistenza alla viabilità all’interno del Porto di Bari, - spiega - non è stato in alcun modo selezionato, né tantomeno scelto da Ariete, ma è direttamente transitato dalle precedenti imprese appaltatrici, in virtù della cosiddetta clausola sociale».

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