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Quindi è questa l’unica fascia oraria libera che ti è rimasta per riposare o per farti intervistare, primo pomeriggio.
«Tendenzialmente sì, ma poi gli orari sonno-veglia di Farah, che ha undici mesi, e di Federico, tre anni, variano. Ci si organizza secondo la giornata».

A Flavia Pennetta pesa più un pannolino o una racchetta negli allenamenti per i Tornei del Grande Slam, che nel tennis sono i quattro più importanti a livello internazionale?
«Né i pannolini né l’agonismo li vivo come pesi. Si tratta di impegni differenti. Ambedue mi hanno dato un appagamento straordinario. Per cui non rimpiango assolutamente l’impegno sportivo, né oggi la dedizione che richiede la maternità. Ciò che si riceve non ha prezzo».

Io faccio i conti con Dorian, il mio gatto, che sottopongo a bidè con salviette marca «Inodorina» parti intime, azione lenitiva e antiodore malva bio e calendula. Proprio domattina, fra l’altro, devo portarlo al Circolo Tennis di Bari.
«Beh vabbè, ah-ah-ah!, diciamo che se ci fermiamo al gatto la gestione è meno complicata. Ma tra sport e figli faccio una differenza sostanziale: nel tennis sei concentrato completamente su te stesso, ottica quasi autoreferenziale. Nel ruolo di moglie e di mamma sei proiettata verso gli altri, verso il bene comune. Sono i due sogni che ho realizzato».

Di sicuro avrai dato alla luce pupi divini. Fra te, campionessa mondiale, pressoché ineguagliata nella storia del tennis italiano, e tuo marito Fabio Fognini, primo fra gli azzurri, uno dei più grandi di sempre, è difficile dire chi sia più bello.
«Grazie davvero. Sei molto gentile».

No, posseggo soltanto un occhio clinico impietoso. E Fabio il ligure si comporta bene in famiglia?
«Non mi posso proprio lamentare. Sono contenta, collabora, impegni permettendo. Per alcuni compiti ci alterniamo ma, naturalmente, quando deve allenarsi per i tornei, a ridosso delle date poi, spetta a me affrontare tutto il carico, come è giusto che sia».

Che poi mica ho ancora capito dove vivete voi quattro.
«Non lo hai capito perché non si capisce. Non abbiamo base stabile. Ci spostiamo sulla base delle esigenze agonistiche di mio marito, dalla Liguria al Sud, ovunque. Aspettiamo che i bambini raggiungano l’età dell’asilo, prima di mettere un punto. Siamo stati parecchio tempo in Puglia, non a Brindisi, la mia città che resta un riferimento affettivo, amicale e familiare, bensì a Serra degli Alimini 1, vicino a Otranto, in agosto. Poi due mesi in una casa di campagna non distante da Ostuni. Scelta dettata anche da ragioni di sicurezza. Perché il Covid-19 esiste, non è un’invenzione».

Un’eroina magnogreca armata di racchetta fulgente su un campo rosso. Così ti immaginavano, anzi, ti anelano ancora schiere di tifosi. Imago che ti ha portato 14 milioni di dollari per le sole vittorie, il resto escluso.
«Non è precisamente come la leggi tu. Nello sport che ho praticato, a differenza di altre discipline come il calcio, o l’automobilismo, non c’è un team che ti sostiene, finanzia, programma. Sei solo. Paghi tu gli allenatori, trasferte, medici, affitti. Sei imprenditore di te stesso».

Ma sei stata comunque, secondo un sondaggio, la sportiva più amata dopo Alessandro Del Piero. E la dea, con la bellezza, ti ha donato anche sponsor più numerosi.
«Può darsi; la bellezza ha il suo valore. Ma contano anche l’empatia, il modo affabile di porsi».

Non è tutto, certamente, ma senza quest’appeal oggi non si può sviluppare un processo immaginativo collettivo di divinizzazione. Essere un portento sportivo non basta. E tu sei stata nel tennis ciò che è Federica Pellegrini nel nuoto. Te l’immagini una «Fede» brutta?

«Sì, effettivamente avere un certo aspetto agevola. Soprattutto se devi pubblicizzare un marchio, un prodotto, una certa trasmissione. È una componente che si somma alle vittorie».

E chissà che tu non torni a vincere. Il campo, il sudore, la fissità dello sguardo, la folla che urla, il pugno di Flavia che si serra nell’esaltazione del rovescio lungolinea trionfatore.
«No, no… Direi proprio di no, penso che questa sia una ipotesi da accantonare».

Ho letto che tuo padre e tuo marito premono per farti giocare di nuovo.
«Ci scherzano su ambedue. Ma è soltanto un gioco. Non tornerò all’agonismo. Ho detto stop».

All’acme del successo, nel 2015, come Greta Garbo: sfiorito l’incanto, lasciamo il ricordo migliore.
«Non avevo mai pensato al parallelo con Greta Garbo. Ho fatto semplicemente ciò che sentivo. Non ho smesso perché ero rimasta incinta, come scrive qualcuno. Avevo già deciso un anno prima, quando non ho sentito più in me la cattiveria necessaria a realizzare grandi cose. A un certo punto si è spenta. Per cui mi è rimasto soltanto il peso di comunicare al mondo che non avrei gareggiato più. Non è stato facile, anche se non provo rimpianti o nostalgie di sorta. Ho chiuso per sempre quella porta».

Perché parli di «cattiveria»?
«Perché soltanto la cattiveria, un’assoluta, tremenda, cattiva determinazione porta alla vittoria».

Pensavo al tuo derby pugliese passato alla storia. Nell’US Open di New York sconfiggesti l’amica Roberta Vinci, di Taranto, per poi appendere la racchetta al chiodo. Fu uno psicodramma o un trionfo?
«Perché scusa? Psicodramma per quale motivo? Sia io che Roberta abbiamo combattuto per risultare prime alla finale e non seconde. Fine».

Nel ‘97 avevi festeggiato con lei in doppio al Torneo Avvenire di Milano, impresa grazie alla quale la tua stella incominciò a fulgere. Non hai provato sensi di colpa soffiandole la coppa?
«Assolutamente no. Né li avrebbe provati lei al mio posto. Nell’agonismo siamo abituati a scontrarci spesso fra noi. Diamo l’anima una contro l’altra. E a fine partita dopo la doccia magari andiamo a farci una pizza assieme. Guardi te stesso in campo, non sei lì a provare invidia per qualità altrui».

Questo è il sublime della sportività, suppongo. E la rivalità con Francesca Schiavone?
«Guarda, con “Schiavo” siamo opposte in tutto. Nel gioco e fuori. Ma nella diversità perfettamente complementari, come nessun’altra coppia. Eravamo amiche, ci siamo perse per un po’ anche per ragioni di età, e ci siamo ritrovate da tempo come sorelle nate per andare d’accordo».

Hanno scritto mirabilie di Eleonora Alvisi, 17 anni, di Barletta, che ha vinto come te e Vinci il torneo femminile di doppio al Roland Garros. Nipote di Dodo Alvisi, vicepresidente della Federazione italiana tennis.
«Conosco molto bene Dodo, persona carissima. E sono pertanto doppiamente felice per i risultati di Eleonora. Mi riempie di gioia il successo di un nome nuovo nell’agonismo femminile, anche perché celebra e perpetua la tradizione tennistica pugliese gloriosa».

Alvisi è diventata campionessa nazionale under 16 nel 2018. A Pennetta adolescente chi mise in mano quella specie di Excalibur di racchetta?
«Ma nessuno, cioè non lo ricordo neppure, tanto naturale è stata la cosa. Sono nata nel tennis. Mia nonna giocava a tennis. Mio padre giocava, mia madre giocava, mia zia era istruttrice di tennis, mia cugina Claudia è professionista. Sono cresciuta a Brindisi, ho frequentato il primo anno al liceo scientifico Fermi-Monticelli, a 14 anni e mezzo mi sono trasferita a Roma, centro federale, ho il diploma di ragioneria. E se ho raggiunto determinati obiettivi lo devo ai miei genitori. Mi hanno sostenuta, supportata, senza trasformarsi mai in manager. Restando mamma e papà veri».

Anche perché il manager già l’avevi: Flavia Pennetta.
«E magari non ti sbagli mica».

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