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Pino Pisicchio, «Ultimo mohicano della politica»

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Pino Pisicchio, «Ultimo mohicano della politica»

Eccolo qui. Un’anomalia. L’ultimo dei politici pugliesi con formazione politica. Parla italiano, non firma con la ics: Pino Pisicchio, democristiano ab origine.
«Presente. Di che dovremmo parlare secondo te? Cioè, più compiutamente, che cosa vorresti dirmi?».


Quello che ho detto: sei un pesce fuor d’acqua, frutto di un’altra era e sei rimasto nell’agone fino all’altro ieri. Pronunciando pure citazioni latine, delitto per il quale i colleghi volevano denunciarti, probabilmente. L’ultimo dei mohicani della politica.
«Vedi, a me, da mohicano, o da sopravvissuto, o come altro vuoi chiamarmi, tutto sommato la condizione attuale sembra coerente. Aderisco a una battuta di Luigi Einaudi, che fu presidente. Un giornalista del tuo genere gli chiese: gli italiani sono migliori o peggiori di chi li rappresenta? Rispose: il 20 per cento sono migliori, il 20 peggiori e il 60 uguali. Tuttavia porto avanti la mia presenza in maniera anfibia, sono abituato a osservare la realtà italiana clinicamente dall’osservatorio del mio mestiere. Sono docente ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università degli studi internazionali di Roma, dove ho avviato anche una bellissima scuola di politica».

D’altronde a Bari sei stato assistente di Aldo Loiodice, professore di Diritto costituzionale a Giurisprudenza.
«Ed è appunto questo l’ambito della mia materia. Per cui mi viene naturale analizzare quanto la corrispondenza alla Costituzione si esprima in maniera piena o, al contrario, creativa. E mi riferisco anche all’ultimo referendum. Gli italiani scegliendo il taglio del numero dei parlamentari hanno negato la rappresentanza piena, dato che gli stessi costituenti edificarono un impianto, incardinato nel voto di preferenza, sulla base di un esponente ogni 55.000 abitanti circa. Quindi, se le cose vanno male, oggi non si sa più con chi prendersela».

Consigliere comunale all’alba degli anni Ottanta, deputato dall’87 con la sinistra sociale democristiana Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin, quella di tuo padre Natale, grande figura con ruolo storico anche nelle battaglie per lo statuto dei diritti dei lavoratori.
«L’anno prossimo ricorre il centenario della nascita. Lo festeggeremo come merita».

Sei stato anche sottosegretario, capo partito, presidente di commissioni a Montecitorio, europarlamentare. Siamo ai livelli di Matusalemme: dal tuo osservatorio di mezzo secolo come vedi ‘sti piddini associati ai grillini che si pugnalavano a morte ventiquattr’ore prima?
«Li vedo bene. Nel senso che nella stagione post-ideologica non conta più niente. Non c’è più un criterio. L’accordo tra Salvini e i 5 Stelle, prima nemicissimi, si rompe per aspirazioni elettorali del leghista. E il Pd, pronubo Matteo Renzi attenzione, cioè il più inviso tra gli invisi, si unisce in concordia ai grillini. Siamo all’eterogenesi dei fini. E quindi sai che penso? Che arriveranno a fine legislatura. Tranquillamente: l’inghippo sul nuovo presidente della Repubblica può rappresentare l’unico rischio, eventualmente».

Della Camera hai nostalgia?
«No, davvero. Passo quasi ogni giorno dal Transatlantico, anche stamattina per andare dal barbiere, a Roma ci vivo vicino, ho tutto qua, banca, la posta. Ricordo anzi lo stress. Faccio politica in modo diverso. A tornare in campo ora non penso. Da due anni sto bene così. Poi un domani tutto è possibile».

Inoltre oggi per fare politica devi essere decontestualizzato, ignorante nel senso vero, e avere almeno due condanne passate in giudicato per guadagnarti la stima.
«Mi sembra un quadro confortante e perfetto».

Beh, e non vedi? La gente di un certo livello ormai si schifa a mescolarsi con quelli.
«Nel 2015 con il pamphlet I dilettanti ricevetti il Premio Montecitorio “Guglielmo Negri” da Laura Boldrini. Il primo impatto è arrivato con i pentastellati, ma il fenomeno è presente anche negli altri partiti. S’è attivata così contro le istituzioni una specie di inconsapevole Internazionale Situazionista alla Guy Debord: destabilizzare, decontestualizzando, ma senza progetto. Tanto che a tale processo è seguita una mutazione che vede le nuove presenze sedotte dalle istituzioni stesse, perché si sta comodi nel loro interno, perché affascinano soprattutto chi non ha anticorpi e viene dal niente. Beppe Grillo è andato via. Accanto a lui figure analoghe di situazionisti, Antonio Ricci di Striscia la notizia, Angelo Guglielmi, Enrico Ghezzi e Marco Giusti di Blob, le stesse Iene».

Ricordo la leggendaria segreteria dei coratini Pisicchio in via Angiulli, quartiere San Pasquale di Bari. Le feste post-elettorali dei vari schieramenti della Dc, una in villa in fondo a corso Benedetto Croce, con tutti i leader. L’Italia era ammantata da questa presenza, bonaria tutto sommato nella sua immanenza. Balena Bianca che ci teneva al caldo nel ventre. Ti manca?
«Mi mancano anche i vent’anni di allora. Mi manca la competizione elettorale vera. Mi manca il dialogo con personalità straordinarie estinte da tempo. La Dc ha fatto per l’Italia cose immense, la storiografia non ha ancora dato al partito tutto il valore che merita. Ma il ciclo storico s’è concluso. Non hanno senso le operazioni nostalgia con lo scudetto. La Dc resta un modello inimitabile, irripetibile, assolutamente».

Quanto tempo è passato. Quanti partiti hai cambiato nel frattempo: undici? Dieci.
«Ma no ma chi te l’ha detto. Quattro o cinque. E, mi darai atto, sempre e comunque nel centro-sinistra, cosa oggigiorno rarissima. Sai qual è stato il problema vero? Che dopo la Dc non è più esistito un partito centrista capace di sopravvivere lungamente».

Vero. Ma secondo me, filone come sei, hai fatto sempre il tuffo cabrato con avvitamento dalla nave prima che si inabissasse completamente.
«E vabbè, da uno che ama il sarcasmo come te accolgo questa come una battuta amichevole. Ma io un mestiere ce l’ho. Ne ho più d’uno, se vogliamo. Non ho mai avuto necessità di mangiare dalla politica. Ho fatto ciò che sentivo realmente. E due anni fa non mi sono ricandidato volutamente, sono andato via con le gambe mie, perché non ho trovato il partito giusto per me».

Ricordo una frase che dicesti a Lamberto Dini dopo la rottura per il tuo passaggio alla Margherita che mi fece morire: «Noi Pisicchio c’eravamo quando c’era Aldo Moro, ci siamo adesso, per cui tutto lascia presupporre che ci saremo anche dopo di te». Perché c’è Pino Pisicchio, certamente, ma anche perché ci sono i Pisicchidi. La potente, coesa squadra familiare politica.
«Hai detto una cosa verissima. È assolutamente così. Non avrei mai completato il mio percorso senza i miei fratelli. Ognuno con ruolo specifico. Facciamo campagne elettorali dai tempi di papà: gli altri tifavano Bari e andavano allo stadio, noi scatenavamo nelle sezioni lo spirito agonistico e tifavamo Dc. Mia madre stessa, Pina, cioè Giuseppina, aveva le facoltà e il crisma di un deputato, come minimo. Siamo un team che ha però carattere familiare. E questa è stata la nostra forza. C’è grande affetto, sincero, tratto tipico delle famiglie pugliesi numerose come la nostra. Solidità e comunione di intenti. Anche Francesco, Roberto, per esempio, che svolgono un ruolo straordinario, hanno peculiarità grazie alle quali avrebbero potuto affrontare individualmente un percorso elettorale. Ma hanno sempre evitato, in quanto sulla scena c’erano già Alfonso e Pino. Mia moglie Annarita, con la quale condivido la vita dal 1974, cioè da quando ci incontrammo alle lezioni di Filosofia del diritto a Bari a Giurisprudenza, è diventata molto capace, dopo la sfilza di campagne elettorali che si è sorbita».

Poveretta. E non ho dubbi che ti stia accanto anche adesso che sei agli arresti domiciliari e sotto tortura con proiezione video dei Dpcm di Giuseppe Conte a ciclo continuo. In quanto avresti suggerito ciò che ti avevano suggerito taluni ai quali erano stati suggeriti certi nominativi per assunzioni in aziende…

«Eh..? Ah-ah-ah!, e va bene, comprendo la scherzosa allusione. Ti riferisci all’inchiesta su mio fratello Alfonso per le assunzioni. Ovviamente non spetta a me giudicare ma credo ci sia stato qualche errore sull’impostazione in fase preliminare. Per cui sono certo che già prima di un eventuale dibattimento l’equivoco verrà chiarito. Mi dispiace però che la questione, se vogliamo definirla tale, sia esplosa prima delle ultime elezioni regionali. Pur essendo abbastanza irrisoria ha generato un forte effetto mediatico. Dagli 8500 voti Alfonso è calato a 4500».

Ci penseranno i Pisicchidi.
«E su questo puoi stare tranquillo».

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