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Assassini a loro insaputa, ma feroci. Sono ragazzi, sono uomini. Si muovono nei gorghi di una Roma che ha smesso di essere «mamma» e ha spento tutte le sue «stelle più brillarelle» per lasciare posto al buio, nei luoghi e nelle anime.
In La città dei vivi (Einaudi ed., pp. 470, euro 22), da oggi nelle librerie d’Italia, Nicola Lagioia attraversa da par suo uno dei delitti più efferati della cronaca nera del nostro Paese, l’assassinio del giovane Luca Varani, per mano di Manuel Foffo e Marco Prato. Non è un romanzo di finzione, non è un reportage, sin dalle prime righe si muove nella narrazione con la maestria dei grandi scrittori russi e al tempo stesso ha l’incedere in crescendo di un film di Quentin Tarantino. Il nuovo libro di Nicola Lagioia racconta, con rispetto, un pezzo delle nostre vite perdute, non si sa bene quando e perché.

È il 6 marzo 2016 e gli italiani apprendono la notizia di questo atroce delitto consumato due notti prima nella Roma che si sta accartocciando su se stessa, priva anche di una guida amministrativa (il Comune è commissariato), nell’anno del Giubileo. In un appartamento del Collatino, dopo giorni trascorsi a ingurgitare droga e alcol in quantità assurde, Manuel Foffo, 29 anni, figlio di commercianti benestanti ma con la percezione di essere diverso dal resto della famiglia, e Marco Prato, noto pr della scena gay romana, figlio della buona borghesia cittadina, ammazzano, dopo averlo a lungo torturato, Luca Varani, 23 anni, bellissimo, che arriva dalla periferia romana.

Foffo sta scontando trent’anni di reclusione, Prato si è suicidato in carcere prima dell’inizio del processo.
Vincitore del Premio Strega cinque anni fa con La ferocia, lo scrittore barese intanto continua la sua esperienza come direttore del Salone del Libro di Torino. Prima ancora del debutto nelle librerie italiane, il libro è già stato acquistato negli Stati Uniti, in Francia, Gran Bretagna e Olanda.

Lagioia, a sei anni dal suo ultimo romanzo, torna la sua ossessione per la «ferocia» e i feroci?
«Sì, è così, anche se questa storia è completamente diversa da quella che ho raccontato ne “La ferocia”. Lì il protagonista è molto determinato, sa precisamente dove vuole arrivare e come. Questi ragazzi no, appartengono a una generazione fragile, incerta, anche per quel che riguarda l’identità, e anche per la propria identità sessuale ad esempio. Non interpretano il sogno di potenza e onnipotenza di Michele Salvemini (il palazzinaro barese protagonista de “La Ferocia”, ndr.), ma al contrario sono il monumento all’impotenza. Sono degli apprendisti stregoni che non riescono ad attraversare mai la linea d’ombra».

Quando nasce l’interesse per questa storia nera?
«Nasce il giorno stesso della scoperta dell’assassino di Luca Varani. Il 6 marzo 2016, nel momento in cui ho sentito per la prima volta la notizia al Tg, ho capito che quella storia mi apparteneva, che apparteneva a tutti gli adulti che la stavano ascoltando in quell’istante. Tanto che sono andato al funerale di Varani e sin da subito ho iniziato a fare domande, a documentarmi su questa vicenda atroce».

Come ha condotto la sua ricerca?
«A tutto campo, per quattro anni. Dalla raccolta di documenti processuali alle intercettazioni, audio e video, agli scambi su whatsapp. Migliaia di pagine salvate in chiavette e poi stampate, riordinate sia cronologicamente che per ogni persona coinvolta. Ho fatto interviste a tutti quelli che hanno accettato di parlare con me. Con Manuel Foffo ho avuto una corrispondenza dal carcere. A lui, come a tutti quelli che ho incontrato, ho detto che volevo scrivere un libro, anche ai carabinieri, che a un certo punto mi hanno offerto la loro piena collaborazione».

Vittima e carnefici: tre ragazzi del nostro tempi, inconclusi, sconosciuti ai genitori, e forse anche a loro stessi. Di chi è la colpa?
«Non sono un sociologo. Posso interrogarmi, ma non dare risposte da assumere come risultati di un’indagine sociologica. Potrei dire che è colpa del contesto, di Roma ormai divenuta città bella e perduta, alla deriva. Potrei dire che è colpa della cocaina, ma poi sopra ogni cosa c’è la responsabilità individuale, il libero arbitrio. Ciò che mi ha colpito maggiormente è che le persone coinvolte in questa storia non sapevano cosa fare delle loro vite, e poi, la loro grande difficoltà a riconoscere gli altri. In loro il segno dei tempi è esasperato: se avessero riconosciuto in Varani una persona, molto probabilmente non avrebbero commesso il delitto. Loro non si interrogano sulla colpa, la ammettono, ma come dato di fatto, non vanno oltre. Un assassino di Dostoevskji si sarebbe chiesto il perché, loro no».

Perché c’è questo vuoto di consapevolezza?
«Oggi mancano gli strumenti per capirci colpevoli di qualcosa. Siamo bravissimi a raffigurarci nei panni delle vittime, ma difficilmente ci riteniamo carnefici, ecco perché diveniamo assassini a nostra insaputa, il che non limita la colpa».

Roma, «la città dei morti», come quel «vivi» del titolo sottintende. Lei ha raccontato senza pietà la città nella quale vive da più di vent’anni.
«Vivo a Roma da ventidue anni. Roma ha un eccesso di vitalità, ma è una città sfasciata, esplosiva, con un lato notturno molto pronunciato, sull’orlo dei suicidio. I grandi vitalisti sono poi quelli che si suicidano, come Hemingway. Nessuno scrittore, nessun artista riesce a riassumere una città come Roma. Io scrivo la mia esperienza della città attraversando un delitto che riesce a esplorarla. Mi muovo dai luoghi di spaccio al Senato. Roma è “mamma Roma” ma anche un cuore nero».

Quanto ha sofferto a scrivere questo libro?
«Non è stato facile soggiornare per anni in questa storia. È stata una discesa agli inferi, ma la letteratura si occupa sempre di questioni dolorose e uno scrittore ha tra i suoi strumenti conoscitivi anche quelli della compassione. Io ho sofferto, innanzi tutto per la vittima, ma anche per i due ragazzi. Per me è stata molto dolorosa la scoperta che non avessero gli strumenti per riconoscere nell’altro una persona».

È già noto che il libro diventerà una fiction per Sky. Lei parteciperà alla sceneggiatura?
«Sì, sarò uno degli sceneggiatori. La fiction sarà in Tv molto probabilmente nel 2022. Intanto sta per iniziare il mio giro di presentazioni in tutta Italia. Il 30 ottobre sarò a Bari, nel Teatro Piccinni, il 9 novembre al Teatro Radar di Monopoli, nell’ambito di Prospero Phest, e il 10 dicembre alle Vecchie Segherie Mastrototaro a Bisceglie».

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