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La verità di Vacca sul Covid 19: «È un vero comunista»

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La verità di Vacca sul Covid 19: «È un vero comunista»

A pandemia passata, continuo a intervistare personaggi pugliesi e lucani con l’assistenza spirituale di Dorian, il mio gatto.

Onorevole Giuseppe Vacca, storico, politico, filosofo e quant’altro, ci daremo del tu in questo dialogo, dato che so che così usate ancora voi compagni, se così vogliamo chiamarli.
«Beh scusa, ci diamo del tu comunque io e te, Selvaggino, o Selvaggina, se vogliamo illuderci di prestare attenzione ancora a un qualche immaginario femminile».

C’è qualcosa che mi ha impressionato: ieri sera quando ci siamo sentiti per concordare mi hai detto che eri appena ritornato dalla palestra. A 81 anni.
«Selvaggino, e ti converto al singolare perché Selvaggi in effetti vuol dir tanti, non lo sai? Devo garantire la manutenzione ordinaria dell’anziano».

Uàaa Beppe, mi fai crepare.
«E come altro vuoi chiamarla? Garantisco all’apparato muscoloscheletrico la sua conservazione due volte alla settimana e in più faccio un’ora di camminata qua sopra a casa a Roma dove vivo al quinto piano, sul terrazzo lungo un perimetro di 400 metri, mica male. Anche se, quando azzardo un ritmo accelerato, il mio incedere degenera solitamente in una specie di passo dell’oca innaturale».

E poi dicono che le grandi figure del pensiero e della politica, dall’école barisienne in avanti, sono chiangoni tutti quanti.
«Il mio obiettivo è dare dignità alla vecchiaia. E devo dire che i pesi, gli addominali, il manubrio, il tapis roulant della palestra che si trova sotto la mia abitazione assolvono alla loro funzione di carità. Ho perduto un chilogrammo nel corso della pandemia e mi mantengo, se non magro, sicuramente non grasso».

Dato inconsueto, i più in clausura si sono abbottati.
«Mi sarei aspettato il contrario. Tutti abbiamo avuto occasione di autoregolarci. Di seguire una dieta, svolgere un’attività. Io ho studiato e ho scritto in maniera molto intensa. Adesso ho ripreso a frequentare l’Istituto Gramsci. Ho devoluto tutte le mie cariche, tranne la presidenza dell’edizione nazionale degli Scritti. Il mio terzo figlio, che ha 35 anni e ho avuto dalla mia seconda unione, vive con la sua compagna e io sono stato qua con Francesca».

Izzo, tua moglie, politica, femminista, accademica di vaglia.
«Sì, Francesca Izzo, chiaro, che data la sua propensione per il digitale, probabilmente ha vissuto con maggiore dinamismo di me la fase di quarantena. Io nei riguardi di questi strumenti, dei social sono ostinatamente idiosincratico. Tra i miei valori di conservazione, nella mia indole conservativa rientra anche l’abitudine della scrittura a mano, penna e foglio di carta. Né considero un superamento evolutivo passare al computer o altri supporti che mi sono estranei».

Chissà cosa ci avrebbe consigliato il recluso Antonio Gramsci.
«Non te lo so dire, ma puoi chiederlo direttamente a lui, se non sbaglio conservo ancora il suo numero di cellulare».

Dagli anni Ottanta sei tornato nelle tue pubblicazioni sulle conseguenze della rivoluzione telematica.
«Da allora Enrico Berlinguer accettò una narrazione che contraddiceva la cultura storico-politica del Pci, introiettando già un partito radicale di massa, promuovendo una strategia estera velleitaria. E io sono nato togliattiano, da cui la concertazione su Gramsci. Sinistra e destra avevano già perduto significato. E oggi cosa abbiamo?».

I radical chic carichi a denari e a puzza sotto il naso, classisti insuperabili nei quali la forma è sostituita alla sostanza.
«Ma cosa sono questi che tu chiami radical chic? Che cosa vuoi dire? Questi soggetti caricaturali attengono non alla sinistra, bensì a un neo-conservatorismo americano post nuova guerra fredda. Rientrano nel processo di apologia indiretta della dissoluzione antropologica occidentale. Oggi sono tutti impegnati, anzi appiattiti sui diritti individuali, ovvero a trasformare i desideri in pretese. Diritti e libertà che gabellano come innovazione. E questo sarebbe progredire e innovare? Globalizzazione, multilateralismo sulla nazionalità: deriva e decadenza, basta».

Intanto nei mesi passati il virus asiatico ha portato la livella democratica delle gioie e dei guai.
«L’apparato delle manipolazioni del vero che subiamo da quarant’anni si è manifestato durante la pandemia al suo acme. Il Covid-19 ha imposto la prima esperienza globale che mai si sia verificata, anche nel rapporto dei fondamentali che condividiamo, vita e morte, soddisfacimento dei bisogni e fame. Si tratta di una grande esperienza del comunismo, un evento di comunismo vero, planetario che si è affermato mostrandoci finalmente ciò che al mondo realmente accade».

Quindi aver venduto nei negozi meno borse della compagna Miuccia Prada, essersi scolati meno mojito ghiacciati non è stato solo un male.
«Si tratta di un accadimento che io interpreto anche come enormemente positivo, sì, esatto. Una occasione da non perdere e che in qualche misura credo che abbia determinato un solco nel tessuto socioeconomico, nella morale. È qualche cosa che ci ha tirati fuori dal fracasso, da quanto ci inculca il neo-darwinismo degenerante: il concetto di selezione selvaggia, per tutti i selvaggi che abbiamo spinto a rimanere tali, e che non sono Selvaggi con la esse maiuscola su cui scherzavamo a inizio chiacchierata».

Beppe Vacca, docente della Storia delle dottrine politiche, organizzatore culturale, membro del comitato centrale del Pci, comunista deputato: eppure laureato con una tesi su Benedetto Croce.
«Ho sempre analizzato il mondo da ogni angolazione».

E più di te nessuno, dato che sei stato un neofascista patentato.
«Certamente, tra ’56 e ’57 militavo con convinzione nel Fuan. Era fascista convinto pure mio padre Ignazio, ragioniere al Genio civile; partecipò alla marcia su Roma, anche. Mia madre Anita D’Errico no, maestrina del popolo, deamicisiana mazziniana. Già allora Pinuccio Tatarella era un nome con i suoi cerignolani. Fondai perfino il circolo culturale neofascista a Bari, perché volevo che i camerati studiassero il corporativismo, ossatura del nostro ideale. Finché mi proposero di festeggiare il “nostro 25 aprile” piazzando due bombe sotto a due sedi del Pci locale. Titubai. Mi chiesero: ma non sei anticomunista? E io: certo, ma che c’entra questo con le azioni dinamitarde? Poi, un po’ per certi amici, un po’ per i docenti di sinistra al liceo Orazio Flacco, quali Aurelio Macchioro, ex partigiano, incominciai ad allontanarmi. Il segretario, di Taranto, e Tatarella mi convocarono nella sede del Msi, via Dante, sul terrazzo. Mi chiesero perché mai la mia frequentazione si fosse diradata. Io citai lo smantellamento teorico del corporativismo di Luigi Einaudi che stavo studiando. E allora Pinuccio disse: Beppe, va’ addò we tùu (Beppe vai dove credi), dandomi una pacca sulla spalla».

Fantastico. Quanto mi dispiace che se ne sia andato. Ancora lo penso, con quell’assurdo rapporto a distanza che io e lui avevamo e mi faceva scompisciare.
«Figurati a me che effetto ha fatto».

Anche perché ti ha benedetto contro il cancro.
«E chi se lo scorda. Eravamo nel Corridoio dei passi perduti alla Camera. Ci incontrammo dopo tanto, per caso. Mi vide messo male. Fece: Beppe… E io: ho il cancro ai reni. Lui: no Beppe, nooo, fatti abbracciare, che ìi portc’ bùn (porto fortuna). E, Selvaggina bello, come vedi sono ancora qua».

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