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Se l’investigatore è degno di nota: nel nuovo giallo di De Cataldo il delitto è svelato grazie all'amore per la lirica

La recensione di 'Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori', il nuovo libro dello scrittore tarantino fresco di stampa per Einaudi Stile Libero

Giancalo De Cataldo

Dalla «musica del caso» del celebre romanzo di Paul Auster al «caso della musica», risolto cioè grazie alla melomania. È il quid del nuovo giallo di Giancarlo De Cataldo, Io sono il castigo. Un caso per Manrico Spinori, fresco di stampa per Einaudi Stile Libero Big (pp. 231, euro 18,00). Il magistrato-scrittore di origini tarantine sin da Romanzo criminale (2002) scandaglia il mondo del malaffare nella Capitale e adesso fa debuttare un protagonista-detective che si annuncia seriale. Si chiama appunto Manrico Spinori, «Rick per gli amici, sostituto procuratore della Repubblica in Roma», alias «il signor contino» come si ostina ad appellarlo il maggiordomo nel lussuoso palazzo di famiglia. Invero, la dimora non gli appartiene più a causa dei debiti di gioco della madre, aristocratica ed ex architetta un tempo ribelle, rovinata dalla ludopatia. Chi ha comprato il palazzo consente amichevolmente agli storici proprietari di restarvi come inquilini, ma i bagliori del «viale del tramonto» non risparmiano Rick, anzi, ne definiscono i contorni: la sua età che si immagina fra i cinquanta e i sessanta, la solitudine dopo il divorzio, la paternità amorevole sebbene un po’ inadeguata rispetto all’unico figlio che aspira a fare il rapper o il trapper (altro che Puccini e Rossini!).

Conosciamo il dottor Spinori al Teatro Costanzi di Roma dove sta assistendo a una rappresentazione di Tosca, quando una telefonata ne reclama la presenza «in ben altro teatro», per un incidente lungo la via delle Fornaci che dal Gianicolo scende verso San Pietro. «Il cadavere era un maschio, bianco, sui settanta, probabilmente qualcosa di più. Abiti un po’ stravaganti o forse soltanto antiquati... Guitto, giullare, musicista?». Dal tragico sinistro stradale si è salvato l’autista, il quale all’improvviso ha perso il controllo della berlina d’epoca, la Iso Rivolta Fidia primi anni ’70, di cui presto si scoprirà che qualcuno aveva tagliato il tubo che porta il liquido ai freni. Il morto è tale Stefano Diotallevi, in arte Mario Brans o Ciuffo d’oro, cantante decaduto e ricordato per un unico successo dal titolo Tu col naso a patatina, manager discografico, ospite fisso di programmi fra il talent e il boh nelle reti televisive private romane. Chi mai potrebbe avere interesse a farlo fuori? Spinori si mette al lavoro coadiuvato da una squadretta investigativa tutta al femminile, dove spicca la trentenne ispettrice Deborah Cianchetti, sbirresca e coatta quanto basta perché sulle prime il giudice rimpianga il suo fedele maresciallo-assistente da poco andato in pensione. Del resto, la Cianchetti non è la sola a pensare che a costituire il movente di un delitto siano da sempre «er priffe e ‘r pelo», l’oro e la passione, traducendo dalla lingua del Belli, nume tutelare di una città e del suo popolo.

L’indagine di Rick è davvero un garbuglio di personaggi minori, figli amanti mogli (l’ultima è un’albanese sbarcata a Bari con la «Vlora» nel 1991) e sodali del povero Brans, che a sua volta aveva più di un affaruccio losco all’ombra delle apparenze, essendo per esempio tanto un cocainomane quanto un benefattore delle comunità per tossicodipendenti. Intanto il circo Barnum della Tv urlata cosiddetta «d’inchiesta» impazza affinché si giunga a una rapida chiusura della vicenda, sollecitata dallo stesso Procuratore capo, vecchio amico di Spinori. Quest’ultimo è invece pensoso di natura e abituato a coltivare l’intuizione o l’agnizione, insomma l’acuto o il basso cifrato che risuona in una melodia, illuminando «le radici del paradigma indiziario» – per dirla con il titolo di un saggio filosofico di Carlo Ginzburg. E Rick ha i suoi problemi, eccome, nel tenere a bada la madre che scalpita per giocare on line, a confrontarsi con il figlio entusiasta di aver «scoperto» Frank Zappa, e a frenare la Cianchetti che vorrebbe menar le mani a ogni piè sospinto... Per non parlare dell’attrazione del Nostro verso una misteriosa melomane di incredibile fascino con il suo aspetto «a metà strada fra il Bosforo e le terre slave», conosciuta per caso al Costanzi, che risveglia in lui la fiamma del peccato. Peccato se non fosse un amore - si ritrova a pensare il sostituto procuratore, stufo delle sostitute passioni di una notte o poco più.

Eppure, nel via vai di pulsioni violente degli indagati e di rivelazioni morbose sulla vittima, Spinori non deroga al suo credo: «Non esiste esperienza umana – delitto incluso – che non sia già stata raccontata da un’opera lirica. Bisogna individuarla. E rimettere al centro della scena il melodramma della realtà. L’opera di riferimento per la morte di Mario Brans poteva dunque essere il Don Giovanni?». La risposta non può essere offerta qui e altro non vorremmo rivelare, se non che la tenacia di Rick resta... all’opera persino quando tutti sono convinti di aver incastrato il presunto colpevole, un giovinastro con ambizioni canore dal nome d’arte «Morte a Credito» (Céline non c’entra una cippa), tradito da un video in cui accennava alla manomissione dei freni della Iso Rivolta Fidia. Già, qualcosa non «risuona» come dovrebbe e per Spinori «valeva ancora l’antico detto: meglio cento delinquenti in libertà che un innocente in galera».
Alla verità contribuiranno infine l’evocazione di un principio del criminologo Edmond Locard («Ogni contatto lascia una traccia») e l’ascolto – una sera in poltrona - del duetto di Rigoletto e Gilda che conclude il secondo atto dell’opera verdiana: «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Sullo sfondo di una Roma struggente e vitalistica, «quella dolce seduttrice immortalata da D’Annunzio», Giancarlo De Cataldo attinge all’esperienza inquirente e alla folgorazione per la lirica sublimandole in un mosaico avvincente, forte di una concisione stilistica che rende icastico Manrico Spinori con la sua morale: «Tipo, dottore?» – «Tipo che cosa s’intende per giustizia e che cosa per vendetta».

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