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Addio a Dino Clavica, l'arte è un'acrobazia del cuore

Originario di Francavilla Fontana, era molto apprezzato per le sue opere. Attivo con l'associazione 'Veluvre'

Addio a Dino Clavica, l'arte è un'acrobazia del cuore

Se n’è andato da solo, qualche notte fa, Dino Clavica. Un maledetto malore in casa e addio. Aveva appena 43 anni, era nato a Francavilla Fontana in provincia di Brindisi, e da oltre vent’anni viveva a Bari dove approdò per gli studi universitari. Non diremo che era un artista perché lui si schermiva da questa definizione, preferendo quella più sommessa di «creativo», e la riservava agli amici di cui generosamente segnalava i lavori.

Ma Clavica era un artista. Autore di segni/sogni disincantati e ironici, surreali e tenerissimi, nei quali spesso compariva un omino nero vagamente memore di «La Linea», il celebre personaggio dei fumetti e dei Carosello, ideato da Osvaldo Cavandoli. Disegni realizzati sul monitor dell’iPhone e come tali postati dapprima sulle pagine di Instagram dove ancora sono visibili (questa persistenza di tracce vitali post mortem è una cifra dei nostri tempi). Clavica elaborava quelle personalissime opere grazie alle possibilità consentite dal digitale e le stampava. Soltanto negli ultimi anni, incoraggiato dagli amici, si era deciso a esporle in due piccole mostre nel 2016 e 2017 (la seconda con il fotografo Mario Brambilla), recensite su queste colonne da Pietro Marino, il quale le collocò nel più ampio orizzonte dell’animazione e della finger-painting (pittura con le dita), con riferimenti ad autori quali Marjane Satrapi e Matthew Watkins.

Certo, oggi ha qualcosa di oscuramente «profetico» ritrovare nella sua galleria di figure un acrobata sospeso su un filo che lega un cuore rosso, lo stesso cuore che ha tradito Dino, portandolo via così presto. Ma l’Omino non era solitario nell’orizzonte immaginifico del Nostro, affollato di soldatini e di pistoleri, simulacri di un’infanzia non del tutto perduta e, anzi, perpetuata come gioco di specchi, di apparizioni e sottrazioni nell’età adulta. E vi sono le sue icone coloratissime di volti, pesci, animali, dettagli anatomici, alberi, giocolieri, come se le stagioni della Pop Art non si fossero mai concluse, rinverdendosi piuttosto a contatto con l’innocenza naïf della provincia cui Clavica era rimasto fedele.

Già, Dino era a suo modo un tenace e fantastico «vitellone» e non certo per la spavalderia tipica dei personaggi felliniani, vista la sua timidezza o discrezione, ma grazie alla perenne vacanza in cui dava l’impressione di vivere, fra la passione per la Roma Calcio e le corse al mare nell’amata Campomarino di Maruggio. Per non parlare del gusto o piacere della seduzione, mai volgare.
Clavica aveva trovato in alcune giovani operatrici culturali una complicità feconda di lavoro e di affetti. Nasce nel 2012 «Veluvre - Visioni culturali», un sodalizio tutto femminile in cui lo stesso Dino da un certo momento in avanti era stato scherzosamente ribattezzato «Mina», diventando infine presidente dell’associazione. È una delle tante realtà che ogni giorno fanno di Bari una città vivace e attiva, diversa nel panorama spesso sconsolante del Mezzogiorno, nel solco di una tradizione novecentesca dell’associazionismo culturale che di recente ha perso esponenti di prestigio quali Mimmo D’Oria e Alfonso Marrese.

Con Dino Clavica e le sue amiche-socie, chi scrive ha realizzato alcune iniziative di cittadinanza o volontariato culturale, per esempio gli incontri e le mostre di «Tu non conosci il Sud», da ultimo sulla terrazza barese della biblioteca «Santa Teresa dei Maschi», in collaborazione con la Città Metropolitana e la libreria Laterza. Ebbene, il Veluvre, era sempre in prima linea nell’organizzazione e nell’accoglienza del pubblico e degli ospiti, con il sorriso e la sobrietà dei modi, e la medesima leggiadria dei suoi disegni. La vita quotidiana e l’impegno per le arti come un dono non barboso, ma barbuto qual era lui. Ciao Dino, ciao Mina, quanto già manchi.

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