Martedì 28 Settembre 2021 | 04:11

Il Biancorosso

Serie C
Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

 

i più letti

L'intervista

L’azzurro pugliese nel nuovo noir di Francesco Caringella

Esce oggi il nuovo romanzo «Oltre ogni ragionevole dubbio», edito da Mondadori. La pubblicazione dell’autore barese s’inserisce nell’ambito delle celebrazioni dei 90 anni dei gialli Mondadori

L’azzurro pugliese nel nuovo noir di Francesco Caringella

BARI - «Una vicenda nera in una città meravigliosamente azzurra». C’è la luce di Bari nel nuovo romanzo di Francesco Caringella, Consigliere di Stato e scrittore, da oggi in libreria per Mondadori, dal titolo Oltre ogni ragionevole dubbio (pp. 272, euro 16). Una storia con al centro una eroina-magistrato che non si esclude in futuro possa avere una trasposizione televisiva. Il libro arriva dopo la trasposizione cinematografica del suo precedente Non sono un assassino, per la regia di Andrea Zaccariello, con tra gli attori Riccardo Scamarcio, Claudia Gerini e Alessio Boni.

Un nuovo racconto noir. La storia ha un antefatto personale?
«Da piccolo, a dodici o tredici anni amavo vedere film americani e leggevo romanzi di Agatha Christie. Rimanevo colpito dalla giuria popolare. Si chiudeva dietro la porta preparare il verdetto».
Una liturgia della giustizia.
«Sognavo e fantasticavo su quello succedeva nella stanza con i giurati, immaginavo la discussione e il complesso iter che porta da tante verità alla verità finale, il gioco di seduzioni, tra inganni e debolezze. La stanza del verdetto mi appariva come un luogo sospeso».
Nel suo percorso in magistratura è stato anche parte attiva in procedimenti simili…
«Mi sembra naturale descriverla adesso e da scrittore faccio conoscere i suoi rituali particolari ai lettori».
L’opera si inserisce nel filone dei noir pugliesi?
«È un noir perché c’è un omicidio, due amanti accusati, un processo complicato. Ma rispetto ai noir italiani e polizieschi, con al centro l’indagine o il poliziotto o l’avvocato che risolve tutto come super uomo, c’è un magistrato. Poi è un noir legale, in senso stretto, affronta il buco della serratura del processo per descrive un crimine e - fedele alla lezione di Leonardo Sciascia sul buon giallo che “non è mai solo un giallo” - offre un pretesto per indagare sul mistero dell’animo umano».
Ci sono reminiscenze letterarie?
«Della Christie e di Georges Simenon che in “Maigret in Corte d’Assise”, del 1960, indaga sulla particolarità della vicenda processuale. Poi ci sono richiami a un film degli anni ’50, “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, con Henry Fonda: tra quattro mura, dodici giurati si riuniscono per decidere su un ragazzi accusato di parricidio. Nella giuria Usa ci sono persone di tutte le estrazioni, e si configura il trionfo della persuasione, tra colpevolezza e innocenza».
C’è un personaggio che sente più vicino?
«Molto della mia esperienza da giudice penale si ritrova in Virginia, presidente della Corte. Deve venire a capo di un omicidio complesso, senza cadavere. Ha un passato professionale che riemerge, incarna le caratteristiche che riconosco in tanti giudici donna, che come nella vita e nella famiglia, ci mettono una energia, una disciplina, un rigore, una ostinazione tutta femminile, andando oltre le apparenze, e la verosimiglianza comoda».
È un elogio dei magistrati donna?
«Se fossi imputato per omicidio, preferirei un giudice donna se fossi innocente, perché con la sua voglia di verità indomita troverebbe nell’ultimo foglio del fascicolo la prova della mia innocenza. Se fossi colpevole vorrei un uomo che essendo tendenzialmente più comprensivo e caratterizzato da una superficialità buonista, mi garantirebbe - forse - uno sconto di pena…».
Nel racconto ci sono pagine struggenti per il congedo di un protagonista dal padre malato.
«Ho perso i due miei genitori in ospedale, come capita in età avanzata. Ricordo l’ultima volta che ho visto mia madre, ebbi la sensazione - dovendo tornare a Roma per lavoro - che probabilmente non l’avrei vista. più. Non me lo fece pesare. Fece finta di essere serena, compresi che era la separazione definitiva, in una stanza desolata. Rimase madre tenace fino all’ultimo respiro».
Come si destreggia tra la scrittura da magistrato e quella da romanziere?
«Il linguaggio da magistrato è convenzionale, la libertà nella ricerca delle parole e terminologie resta limitata dal vincolo che ci impone la tecnica. Come Salvatore Satta, tengo che ogni sentenza sia come un romanzo: non deve solo rappresentare un ragionamento tecnico ma deve comunicare in modo efficace una verità alle persone estranee al mondo della giustizia, le destinatarie di quel messaggio. Deve emozionare e sedurre il lettore. La mia esperienza letteraria mi ha convinto ad un uso letterario ed esteticamente semplice e coinvolgente del linguaggio giuridico».
C’è un personaggio pronto per uno «spin off», un personaggio da serie Tv?
«Il direttore della Mondadori mi a chiesto di trasformare Virginia in un personaggio seriale, se piacerà al publico. Come per Manzini, Carofiglio Camilleri hanno consacrato poliziotti, investigatori e avvocati, una serie letteraria darebbe un racconto differente della vita di un magistrato con le sua passioni e le sue emozione, e i dubbi. Il magistrato diceva Sartre è un uomo travestito da dio. Ma ha anche le sue debolezze…».
Le inchieste sulla corruzione nella giustizia - da Trani a Roma - hanno creato disorientamento. Come commenta questa escalation di curruzione?
«Il malaffare è meno presente che in altri campi, ma è una corruzione che crea più sconcerto nell’opinione pubblica. L’autorità garantita a l’applicazione della legge in certi casi - rari per fortuna - può far venire meno la fiducia nella terzietà e nell’autorevolezza della giustizia. Quando la fiducia viene sporcata da un singolo episodio il danno per la magistratura è in incalcolabile».
I luoghi del romanzo?
«È un racconto acquatico. Molta della narrazione criminale e processuale si svolge sul lungomare, tra la scogliera di Polignano e la città vecchia. C’è una Bari sorridente in contrasto con il noir del crimine e del processo».
Cosa rappresenta questo romanzo per Caringella scrittore?
«È una tappa. Finora ho scritto libri sul processo da un angolo parziale; qui racconto tutta la macchina della giustizia. C’è il processo nel suo complesso con il mistero del rito. È un romanzo da intendere come un bivio. Nulla sarà più come prima nel mio percorso di scrittura…».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzetta Necrologie