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Il pasticcio dell’esproprio
per l’area archeologica
Ipotesi falso per la Regione

La procedura avviata nel 1995 non è stata perfezionata nei tempi. Ricorso dei proprietari e nuovo atto della Regione «sub iudice»

Il pasticcio dell’esproprio per l’area archeologica Ipotesi falso per la regione

di Giovanni Rivelli

POTENZA - È un sito archeologico lucano la cui reale portata, secondo molti, è ancora sottostimata, per portarne parte alla luce e consolidarlo sono stati spesi ingenti finanziamenti europei ma quel sito, paradossalmente, potrebbe ritrovarsi con l’essere una proprietà privata e ora arriva anche una denuncia di falso (penalmente già prescritto, ma comunque significativo) per l’atto con cui la Regione Basilicata nel 2001 ha provato a sanare la situazione.

Stiamo parlando del sito archeologico di Cugno Dei Vagni (in territorio di Nova Siri), inizialmente ritenuto solo un’antica villa romana con terme private, poi, dopo la scoperta di una necropoli, classificato come insediamento anche se tutto ancora da scoprire.

Il tutto affonda nella lunghezza della burocrazia e del tempo, ossia a maggio del 1995 quando venne dichiarata da parte della Regione la pubblica utilità, l’indifferibilità e l’urgenza dei lavori di sistemazione, scavo e restauro, avviando così quelle procedure di esproprio che dovevano avviarsi nel giro di un anno per concludersi entro i successivi tre, e quindi il giugno 1999.

Manco a dirlo, se i lavori sono andati avanti, le procedure di esproprio sono rimaste lettera morta. Così a fine 2000 i titolari del terreno chiesero l’indennità per l’occupazione illegittima (tale divenuta perché non c’era stato esproprio) e il risarcimento per la perdita di quello stesso terreno che i lavori avevano irrimediabilmente trasformato. Ma un anno e mezzo (ad aprile 2002) dopo la Regione effettua il decreto di esproprio basandolo su un proprio atto di fine 2001: l’approvazione di una variante con nuova dichiarazione di pubblica utilità che faceva ripartire i termini di esproprio. Una procedura contestata dai titolari dei terreni che, assistiti dall’avvocato Vincenzo Montagna, hanno presentato ricorso al Tar annunciando anche querela di falso poiché non sarebbe vero quanto sostenuto nell’atto regionale del 2001 «nella parte in cui afferma che i lavori in contestazione non sarebbero ancora stati ultimati alla data di adozione del decreto medesimo, con conseguente necessità di adozione di un nuovo provvedimento dichiarativo della pubblica utilità dei medesimi». I lavori erano belli e conclusi e stando così le cose quell’atto non poteva essere adottato e il termine per perfezionare l’esproprio era irrimediabilmente spirato.

E il Tar ha ritenuto che «la controversia non possa essere decisa indipendentemente dalla verifica della veridicità della circostanza della quale è dedotta la falsità» ed ha quindi dato tempo fino a fine anno per presentare la relativa querela. Querela che, considerato il tempo trascorso, non potrà portare a responsabilità penali ma a scoprire che, ancora oggi, quell’importante sito archeologico è in realtà una proprietà privata. Una proprietà che lo Stato dovrà comunque acquisire, ma con costi notevolmente lievitati.

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