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IL COMPORTAMENTO COMUNE

Lasciate stare i «ciucci», animali eleganti

Lasciate stare i «ciucci», animali eleganti

Michele Mirabella e la disamina sociale sulla parola «ciuccio»

Il termine usato e abusato per gli insuccessi a scuola e nello sport. Ognuno conserva il suo personale ricordo

28 Agosto 2022

Michele Mirabella

«Ciuccio» è parola, se non dialettale, certo popolaresca. Si sa che ciuccio, nel Sud, è denominazione famigliare dell’asino, detto anche somaro. E somaro ha tutta l’aria di derivare da soma, ovvero dal fardello con cui il mite equino ha in sorte amara di doversi sobbarcare per tutta la vita. Se così non è, domando scusa ai lessicografi: evidentemente sono ciuccio in etimologia. Eh si, perché, secondo la vulgata, ciucci si è quando si resta ignoranti. Tutti sanno che, a parte le competenze fisiologiche e mirabilmente naturali assorbite nella quiete della gestazione, ignoranti delle vicende del troppo breve miracolo della vita, si nasce e non c’è, in questo, niente di male, di innaturale, ma si ha il dovere di non restarlo, ignoranti, altrimenti scatta l’appellativo: ciuccio. Non saprei spiegare la ragione per la quale a costoro, agli ignoranti renitenti al miglioramento e alla emancipazione dal buio del non sapere, sia stata data la denominazione asinina. Da che io ricordi è stata praticata largamente, almeno in Italia.

Il maestro Perboni, nell’indimenticabile libro Cuore, non credo che abbia mai dato del somaro neanche al pur scavezzacollo Franti. Anni dopo ebbe successo una canzone cantata dall’indimenticabile Natalino Otto, che s’intitolava La classe degli asini: «Signorina Maccabei! Venga fuori, dica lei. Dove sono i Pirenei?»
«Professore, io non lo so, lo dica lei!»
«E sentiamo Massinelli, il mio re degli asinelli, dove sono i Dardanelli?»
«Professore, io non lo so, lo dica lei».
Ho ancora nelle orecchie, orecchie lunghe d’asino, s’intende, la voce di tanti maestri pugliesi che davano del ciuccio ad ognuno degli scolari o, per far prima, davano della ciuccia a tutta la classe. Uno, in particolare, tra i miei docenti, sentenziava che eravamo ciucci e presuntuosi. L’aggravante non era nulla in confronto alla sentenza ultimativa e dialettale: Si ciucc e t’ n’ prisc. «Sei somaro e ne godi, te ne vanti», si potrebbe tradurre. Si può esser ciucci anche in altri campi, non solo nel sapere o nell’apprendimento. Si urlava «ciuccio!» anche al giocatore di pallone che faceva «violino», mancava, cioè, clamorosamente una palla, un passaggio o un tiro in porta.

La mia «ciucciaggine» come portiere di calcio causò una decisiva sconfitta in una partita ginnasiale. La mia classe perse otto a zero. Sentii dare del ciuccio ad un solista di banda durante un’esecuzione di Traviata! nella cassa armonica del mio paese durante una festa della Madonna Immacolata. In quell’occasione fu ciuccio anche il mest fuc, ovvero il mastro addetto ai fuochi pirotecnici. Insomma si è ciucci, da noi, quando non si è bravi e pronti a fare il proprio mestiere, quando non si rispetta il proprio lavoro e non si dimostra d’aver segni di ravvedimento. Asini, quindi, se non si studia e se si vuole restare ignoranti.
La locuzione era e, per quanto ne so, è ancora, potentemente nazionale, italiana, ma, anche, europea e si radica nell’antico. Re Mida inalbera mostruose orecchie d’asino come vergogna estrema. Un bel capolavoro di contrappasso per uno che trasformava in oro tutto quello che toccava. E tracima la denominazione nell’immaginario collettivo colto e non colto. Basti ricordare le orecchie d’asino che spuntano a Pinocchio riottoso nel rifiutare l’istruzione. I manuali di zoologia non forniscono argomentazioni sufficienti a dimostrare una particolare propensione del somaro a scansare gli studi, anche quelli semplici ed a portata di muso.
Inoltre trovo che l’asino sia un bellissimo animale, la sua espressione è dolce, la sua figura è elegante, le sue splendide orecchie sono un capolavoro di agilità. Non ci sono prove scientifiche che non sia versato negli studi o che intenda restare ignorante, non più d’un cavallo, un passerotto o una rana (e la capra?). Diciamo che, da questo punto di vista, è una bestia come le altre. In più è paziente, robusto, coerente, anche se dicono che sia testardo. Non è vero, quello è il mulo, un figlio che l’asino farebbe volentieri a meno di mettere al mondo. O è l’asina? Non ricorderò mai la differenza tra mulo e bardotto. Sono ciuccio anche in zoologia. Insomma, mi piacerebbe liberare l’asino da questa soma faticosa di regalare agli ignoranti il suo nome dignitoso.

Non dimentichiamo che Gesù lo ha scelto per tenergli compagnia e riscaldare la sua algida greppia. E se è stato lì a testimoniare la buona novella, come poteva essere apatico e ignorante, noncurante del sapere e testardo nel respingere la luce dell’intendimento? Per tutte queste ragioni rinuncio a dare del ciuccio a qualcuno che si sta dando molto da fare per lasciar scoprire la sua ignoranza senza lacune in quasi tutte le discipline, ma soprattutto in Storia e si accanisce a maltrattare quella e la lingua italiana. Le liste elettorali ne annoverano qualcuno di troppo. Bisogna trovare un’altra parola lasciando in pace il mondo animale. Si accettano suggerimenti. Ma, prima di tutto, non votateli.

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