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In Puglia e Basilicata

LA TRADIZIONE

L’arte del conservare e la lezione della zia

L’arte del conservare e la lezione della zia

A lezione di tradizione meridionale con Michele Mirabella

Teneva nell’armadione una scatola che recava una scritta: «Lacci inservibili». Chiesi la ragione e rispose «stip ca’ truv»

17 Luglio 2022

Michele Mirabella

La parola di oggi è «zio» dal greco ϑεῖος, lat. tardo thius. Altro non spiega il di-zio-nario, ma precisa: fratello o sorella, zia in questo caso, del padre o della madre. Lodo le zie. Intendiamoci, lodo anche gli zii, ma elogio soprattutto le zie. Le zie sono state importanti per le generazioni mature, hanno costituito una falange benemerita di memorie storiche e un giacimento insostituibile di ricordi, piccola pedagogia, buon senso, rassicurazioni. Con l’affermarsi della esosa voga dei figli unici, la figura preziosa declinerà nel panorama antropologico italiano, così come quella dei cugini, insostituibili compagni di giochi e di apprendistati e delle cognate, quando di buon carattere, magnifiche e dei cognati, gagliardi sfidanti di scopone, di mangiate e bevute e di risse politiche.

Avevo una zia che sia chiamava Lucre-zia, guarda un po’, che teneva nell’armadione della camera da letto una scatola bianca, di quelle sobrie e senza fronzoli, che avevano contenuto le scarpe che recava una scritta: «Lacci inservibili». Io, bambino, chiesi la ragione di quella provvista e mi rispose «stip ca’ truv», come si dice da noi per ammonire: «conserva che troverai». Non ricordo se zia lo abbia tradotto in italiano, perché l’aneddoto si sovrappone all’aneddoto, il vecchio racconto alla citazione e via scrutinando nel «sembra ieri» che affascina spesso il nostro malinconico attardarci nella memoria. La signora godette ottima salute fino a un’età veneranda e questa circostanza ha, forse a che fare con la sua mentalità provvida e prudente che prima di buttar via qualcosa, rifletteva, titubava, aspettava. Per anni ho riso con mio fratello e le mie sorelle (allora c’erano le famiglie numerose) di quella stramberia e non ci siamo curati di capire quale ragione avesse la signora per conservare dei lacci inservibili. Adesso lo so. Sarà l’età, sarà l’esperienza, ma di certo, ho imparato il sottile piacere del conservare. Un piacere che, evidentemente, fa bene alla salute fisica e mentale. Ed è prezioso ausilio per la Storia.

Non si tratta dell’altezzosa passione dell’archeologia o dell’astuto calcolo dell’antiquariato, si tratta proprio del piacere di conservare o, meglio, della scaramanzia verso il futuro oscuro e indecifrabile. Il bello è che conservo non solo quanto posso o quanto proprio non mi fa schifo di quanto arriva dal supermercato del consumismo, ma, soprattutto, cerco, recupero, archivio e custodisco il passato recente o il recente che «passato» lo sta diventando che, prima, avrei dilapidato in un giovanile furore di rinnovamento quotidiano. Quest’altra frenesia m’è assicurata dalla frequentazione accanita e deliziosa dei mercatini dell’usato e del trovarobato dove è possibile reperire la paccottiglia meravigliosa di una recherche minuscola e ludica: non solo dischi e libri, ma, anche, soprammobili, giocattoli, utensili, indumenti, cappelli, cravatte, gilet, figurine e tutto il bric-à-brac reperibile nel mercato delle pulci. Tito Livio avrebbe detto «Ire per nundinas». Voleva dire nono giorno, l’ultimo dei mercati. Ma voleva anche alludere al mercanteggiare della politica: andare a comprare consensi. Non è il mio caso.

Cosa c’è dietro questa meticolosa e piccola follia? La voglia, forse, di disvelare che il Tempo regola la nostra storia di uomini, da un canto, distruggendo molte opere del nostro breve destino, anche quelle meglio pensate e, dall’altro, mettendo a nudo la verità concordemente col suo trascorrere implacabile. E, allora, dopo le mareggiate del tempo trascorso, resta sulla spiaggia il rudere austero e la testimonianza solenne, il rottame e il reperto, qualche nota, dei versi, preziose pagine di parole sparse.
È vero. Ma resta anche il quotidiano ricordo di quello che ci ha aiutato a vivere, a sopravvivere, ad amare e soffrire, a patire il tempo, a tirare avanti: l’oggettistica della vita di tutti i giorni, non importante, non catalogata nelle istruzioni per l’uso della professione, del lavoro, della fatica alta di vivere, ma l’attrezzeria semplice del tirare a campare. Il collezionismo conservativo e non speculativo prende avvio dalla voglia dolce di riordinare le idee e i ricordi che sono, si, rintracciabili nelle Grandi Opere nostre o di altri passeggeri che hanno transitato nella storia del pianeta, ma anche in piccole prove di abilità e di praticità nel renderci la vita meno complicata o meno amara.

Nella vetrinetta troveremo, così, un temperino a più lame, il quaderno nero col bordo rosso, la trombetta, dei pennini, la pupa di Lenci, un abbecedario, una trottola, un vecchio ventilatore di bachelite funzionante, la foto della classe quinta della Scuola elementare «Giuseppe Garibaldi», lo spremilimoni di alluminio, un uovo di legno per rammendare, una scatola di «Cucirini Cantoni», un santino della Madonna di Pompei, il manuale del perfetto aggiustatore, la macchina fotografica del nonno, un libro di fiabe e anche, perché no, i lacci inservibili di nostra zia.

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