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In Puglia e Basilicata

Lessico Meridionale

Viaggio nei mille volti dei voti

Elezioni amministrative, si vota in 45 Comuni pugliesi e 13 lucani

Si prendono e si danno ovunque, dalle scuole ai condomini, dai Comuni, al Parlamento. Nella memoria galleggiano esempi celebri come gli spaghetti prima dell’elezioni, conditi dai pomodori a vittoria ottenuta

22 Maggio 2022

Michele Mirabella

«Votare» è parola ubiqua nelle vicende della vita e della convivenza sociale. Ricordo nelle pagine de I promessi sposi la digressione drammatica e patetica che Manzoni scrive nel suo romanzo storico: la vicenda di Marianna de Leyva, divenuta Suor Virginia Maria, ma meglio nota come la protagonista di un famoso scandalo che sconvolse Monza agli inizi del XVII secolo. La giovine, nota come «la Monaca di Monza» fu costretta drammaticamente a «prendere i voti» senza averne alcuna voglia, ma per imperiosi regolamenti nobiliari e, soprattutto, finanziari.

Come sia andata a finire lo leggiamo nelle pagine di questa digressione magnifica del più bel libro non solo italiano dell’ottocento. Voto, dunque, aveva e, nel lessico, ha più significati o, meglio, varianti di significato interessanti.
Oggi si vota dovunque, dai condomini ai consigli di amministrazione, dalle scuole alle assemblee municipali, ai circoli bocciofili, alla Camera e al Senato eccetera. Oggi, nel senso di dedicare la vita al Signore, prende i voti sempre meno gente, ma molti voti, invece, li prendono i dediti alla politica dedicandosi alla «Signoria vostra» la quale non sempre risiede tra le dinastie angeliche, ma in politica terrena.

«Vota e fai votare» era ed è ingiunzione di molti, talora anche dei preti e, nel suo significato umanamente politico, non serafica conventuale era ed è ancora, una formula propagandistica elettorale molto comune. L’istigazione era rivolta non solo all’interlocutore, ma, anche, ai suoi corrispondenti. Il votante diventa un propagandista in proprio. Il sistema si manifesta incapace di raggiungere le pieghe più riposte del tessuto sociale e si affida agli individui che, non solo devono votare per convinzione, per avere il posto alla Regione, il parcheggio davanti a casa, la licenza per il cognato, per amore, per tenerci contenti o, perfino per motivi politici, ma devono anche far votare. Devono, cioè convincere altri, parenti, amici, affini, casigliani, dipendenti che siano, a fare lo stesso.

Una specie di catena di Sant’Antonio che, per così dire, allarga la democrazia diretta al rango di pettegolezzo sociale, dilata il vicolo alla strada della conquista del consenso, innalza clienti al titolo di promotori. Nella memoria galleggiano esempi celebri: dalla dotazione di spaghetti prima del voto conditi dai pomodori elargiti a vittoria ottenuta, alla banconota tagliata e ricomposta dopo l’unzione elettorale, alle scarpe spaiate, al posto di lavoro lasciato intravedere dopo il comizio e concesso solo a cose fatte. Nella piazza del paese si vedeva spesso passeggiare il deputato con il codazzo dei postulanti: una minuscola cratofanìa rustica a dimostrazione che il modesto prezzo che si pagava per la democrazia era pur sempre meglio della tirannide. Posto che cratofanico è tutto ciò che manifesta il potere, anche uno struscio diventava atto politico.

Nessuno si è scandalizzato per questo clientelismo pervicace, ma accettabile, se rimaneva nell’ambito d’una sorta di familismo allargato e, soprattutto, ineluttabile in una società complessa e ancora erede di stili di vita e comportamenti ancestrali in cui le relazioni personali dettavano scelte politiche e ragioni del cuore, si, ma anche pressanti ragioni della pancia e urgenze di sopravvivenza.

E quando il voto diventa «di fiducia», in Parlamento, è sacrosanto, ma rinviarlo non può essere un ricatto per conservare il privilegio si star lì a occupare il «posto». Chi, con la scusa di applicare puntigliosamente le regole parlamentari, traccheggia con lo stato di diritto, sbuffa contro i principi della democrazia, considera la legge, non il nomos, la regola ineludibile che armonizza la società, ma una pastoia alla individuale iniziativa esasperata, la condanna all’asfissia.

Questi che ambiscono i terreni voti elettorali, se non li prendono, non accettano serenamente le regole della democrazia: temono di essere cacciati. Anche Virginia de Leyva sarebbe stata cacciata dalla paterna dimora se i voti non li avesse presi. Volere o volare. E sarebbe finita in farsa. Ma finì in tragedia. Volere o votare: finisce in farsa tragicomica per chi i voti non li prende più: costretto a tornare a casa col rischio anche di essiccamenti della pensione e delusioni ammonticchiate nei paraggi del suo passato politico. O, addirittura, a lavorare.

Questi fanno la politica rissosa e cavillosa, temo, solo per rimandare il giorno in cui saranno disperatamente non eletti (altro termine polisenso) e dovranno trovare un lavoro. E pensare che nel Paese nostro, già si sente un eletto chi il lavoro ce l’ha. Beh, potranno «prendere i voti» e cercare un posticino: dalle stelle, almeno in Purgatorio.

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